Teatro Mercadante: un accordo nullo?

* * *

Il Comune verserebbe
1.500 milioni al Consorzio
per contare meno del
due di bastoni

Teatro Mercadante:
un accordo nullo…

di enzo colonna

Pochi sapranno che l’Amministrazione
comunale, in particolare su iniziativa ed opera dell’assessore
Vito Marvulli, ha da mesi avviato una trattativa con il Consorzio
Teatro Mercadante per risolvere il problema della chiusura (ormai
quasi decennale) del teatro. Ancor meno persone avranno appreso
che un’intesa è stata raggiunta. A dire il vero si tratta
di un accordo che, per ora e finché non verrà ratificato
dal consiglio comunale e dall’assemblea dei consorziati, non
impegna nessuno, nemmeno i quattro gatti che senza alcun reale potere
di rappresentanza vi hanno aderito. Ci sarebbe da discutere su certi
metodi adottati a più livelli (Comune, partiti, associazioni…)
per affrontare e risolvere questioni che hanno una rilevanza collettiva;
ma tant’è, prendo atto che la realtà politica
e civile di Altamura non concede spazio all’idea di un’attività
amministrativa partecipata (vale a dire, che veda coinvolti i diretti
interessati nei processi decisionali che li riguardano) e non offre
motivi per nutrire una ragionevole speranza di cambiamento.

I silenzi sono significativi. Ricorro
a facile retorica, ma non credo di esagerare, dicendo che il silenzio,
sotto cui e da ogni versante politico si sta facendo passare l’accordo,
fa venire alla mente quello proverbiale di cui approfittano i ladri
notturni. A ben vedere, di un furto (non ancora consumato) ai danni
della collettività si tratta. L’intesa raggiunta impegnerebbe
il Comune di Altamura ad acquistare, per un miliardo e mezzo, un
terzo della proprietà del teatro; con tale somma (che, invero,
sarebbe più che sufficiente ad espropriare tutto il Teatro),
il Consorzio potrebbe avviare quei lavori minimi ed indispensabili,
che non è stato in grado di effettuare in tutti questi anni
con risorse proprie (private!), per l’adeguamento dell’immobile
alle misure di sicurezza ed alla risistemazione forse di qualche
intonaco e di qualche poltroncina di modesta qualità. Non
altro, dicono gli esperti, è possibile effettuare con quella
cifra, a fronte di un teatro che, chiuso da dieci anni, avrebbe
bisogno di interventi ben più radicali e costosi. Solo che
il teatro fosse nelle mani del Comune, sarebbero disponibili molti
finanziamenti statali che recenti leggi (proposte da Veltroni) assicurano
sia per le ristrutturazioni che per le attività teatrali.

Il problema non è però
questo o, meglio, non è solo questo. In realtà, ciò
che ci vogliono propinare come un acquisto (un terzo del teatro!),
non è altro che una donazione senza ritorno da parte del
Comune (cioè, tutti noi) a favore dei consorziati, che non
sono disposti a tirare fuori una lira.

Dico subito che un accordo del genere
solleva fondati e gravi dubbi di legittimità giuridica, contabile
ed amministrativa. Non penso, a dire il vero, che i trenta consiglieri
di maggioranza ed opposizione, siano così folli da ratificarlo
in consiglio comunale: il rischio è che la Corte dei Conti
li condanni a tirare dalle proprie tasche almeno cinquanta milioni
a testa.

Infatti le domande a cui l’assessore
Marvulli ed il dott. Leto, rispettivamente l’autorità
politica ed il responsabile amministrativo più direttamente
coinvolti nella vicenda, non vogliono o non sono in grado di rispondere
sono due:

  1. perché il Comune dovrebbe acquistare un
    terzo dell’immobile, condannandosi a svolgere, in futuro
    e nella gestione del teatro, un ruolo di eterna ed irrilevante
    minoranza nel consiglio di amministrazione e nell’assemblea
    del consorzio?
  2. che cosa realmente compra e, soprattutto, è
    sicuro di acquistare dai reali proprietari?

In ordine al primo quesito, è
il buon senso comune (di imprenditori alle prese con l’acquisto
di un’azienda, padri e madri di famiglia alle prese con l’acquisto
della casa per la figlia, giocatori di lotto e lotterie alle prese
con le quote, casalinghe impegnate nella lotta quotidiana con gli
altri condomini…) a dire che è assolutamente illogico
acquistare per un terzo una cosa non frazionabile di cui non si
può godere (nemmeno per un terzo), di cui non è possibile
determinare (perché in minoranza) l’impiego e la destinazione.
Faccia un passo avanti chi è disposto ad acquistare, ad esempio,
la quota di terzo di un appartamento, sapendo che il proprietario
dei restanti due terzi continuerà ad abitarci e, a piacimento,
potrà decidere di concederlo in locazione? Chi è disposto
ad acquistare la quota di un terzo di una schedina, sapendo di non
poter profferire parola sul 2, inopinatamente dato dal titolare
delle altre quote, al Bari che gioca in casa e, soprattutto, di
non poter controllare la scheda madre per verificare se si è
fatto tredici o no? Sono quelle situazioni paradossali di condominio
che si determinano, ad esempio, quando dal povero nonno defunto
i tre nipoti ereditano i due tomoli di terra: un bel guaio far fronte
ai famelici titolari degli altri due terzi che si sono coalizzati
per fregare il terzo!

Tanto vale chiamare le cose con il
loro nome: questa storia dell’acquisto di un terzo del teatro
sembra inventata di sana pianta per far digerire ai poveri ed utili
idioti (che pagano oneri di urbanizzazione, tasse e balzelli comunali,
e per di più alle prese con gli odiosi ed illegittimi accertamenti
fiscali disposti dal Comune) un vero e proprio finanziamento a fondo
perduto a favore di uno sparuto manipolo di trenta persona. Se questa
è la politica culturale e di investimenti che l’Amministrazione
intende da ora in poi perseguire, sarà bene, da domani, presentarci
in Comune e proporre la vendita di quote (non al di sopra di un
terzo) dei nostri appartamenti fatiscenti, delle nostre aziende
in dissesto: possiamo stare tranquilli, il Comune ci finanzierà
i necessari interventi di ristrutturazione o di investimento, e
noi, dall’alto dei nostri due terzi, continueremo comodamente
ad abitare i nostri appartamenti ristrutturati o a gestire le nostre
aziende risanate. Risultato: 1- 0; anzi, rispettando le quote, 2
—1 per i furbi.

Veniamo ora al secondo quesito. Il
codice civile, oltreché la logica comune, dispone che un
contratto (di compravendita, ad esempio) è valido se il suo
oggetto è possibile, lecito, determinato o determinabile;
in più, per poter acquistare validamente ed efficacemente
è indispensabile che chi vende è davvero il legittimo
titolare del bene venduto. Sono rispettate le due condizioni nell’accordo
in esame? Pare proprio di no. Ed il notaio che si dovesse prestare
alla stipula di un atto palesemente nullo andrebbe incontro a sicure
sanzioni disciplinari.

Per tentare di essere chiari sul punto,
ricorro ad un’argomentazione schematica:

  • Il teatro è stato edificato alla fine del
    secolo scorso su un suolo di proprietà comunale. Il Comune,
    con una convenzione, concesse ad un comitato l’utilizzo del
    suolo per la sua costruzione. Il comitato cittadino si fece promotore
    di una pubblica sottoscrizione a cui aderirono circa trecento
    altamurani. Non solo il suolo, ma anche il sipario è di
    proprietà comunale, trattandosi di quello proveniente dal
    Teatro Comunale S. Francesco andato poi distrutto. Chi sottoscriveva,
    versando una somma di denaro, aderiva ad un regolamento statutario
    che prevedeva a favore dei sottoscrittori non l’acquisto
    della proprietà di una quota del teatro, ma il solo diritto
    di palco o di poltrona, cioè il diritto di essere preferito
    nell’acquisto dell’abbonamento stagionale relativo a
    quel palco o poltrona.
  • Tutto ciò era perfettamente chiarito nello
    Statuto originario, l’unico che rileva giuridicamente in
    quanto l’unico conosciuto e sottoscritto da coloro che versarono
    realmente le quote di denaro per la costruzione del teatro. Peraltro,
    due leggi degli anni trenta hanno disciplinato in modo altrettanto
    chiaro il diritto di palco, che veniva distinto dal diritto di
    proprietà che poteva ben spettare ad un altro soggetto
    (pubblico o privato). Solo con una modifica statutaria recente
    (1993), i consorziati (circa 70 persone, delle quali la maggioranza
    ormai disinteressati alle vicende del teatro: è evidente
    che i 70 sono gli eredi solo di alcuni dei trecento originari
    sottoscrittori) si sono proclamati, in modo del tutto unilaterale
    ed arbitrario, proprietari esclusivi in condominio del teatro.
    A questo proposito è sufficiente rilevare un’evidente
    contraddizione. Delle due l’una: o, come dicono nell’ultimo
    statuto, sono proprietari pro quota, ed allora non si capisce
    come possano con un tratto di penna o con una clausola statutaria
    tagliare fuori tutti gli altri eredi (300 — 70 = 230), seppure
    assenti o sconosciuti, trattandosi di un diritto (la proprietà)
    imprescrittibile e non violabile con una regola statutaria, che,
    nell’ipotesi, sarebbe palesemente nulla. Oppure i singoli
    consorziati, come disponeva chiaramente lo statuto originario
    e come in effetti è, non sono in realtà proprietari
    di quote, ma semplici associati a cui è riconosciuto unicamente
    quella preferenza nell’acquisto dell’abbonamento stagionale.
    Nulla di più.
  • Un’ultima precisazione è necessaria
    dal punto di vista ricostruttivo. Al Comune di Altamura, in quanto
    concedente il suolo, ed all’ingegnere Striccoli (quindi ai
    suoi eredi), che aveva progettato gratuitamente il teatro, era
    riconosciuta la proprietà piena rispettivamente del palco
    centrale (di rappresentanza) e di una poltrona. Il Comune, dunque,
    è già un membro (qualificato) del consorzio.

Tornando al profilo della validità
o meno dell’acquisto di una quota pari ad un terzo, dal quadro
storico-giuridico sommariamente descritto si ricava che: a)
se si ritiene, come fanno inopinatamente ed ingiustificatamente
gli attuali consorziati, che i singoli consorziati siano proprietari
pro quota o condomini dell’edificio, il Comune (esso
stesso consorziato di prima classe) non può acquistare un
terzo di una cosa di cui esso stesso è già, pro
quota
, proprietario; b) se, invece, più correttamente
si ammette che i singoli non siano proprietari di un bel nulla,
ma siano semplici membri di un associazione non a fini di lucro
o, a mio parere, componenti di una fondazione (di fatto) a cui era
ed è da riconoscere un semplice diritto di palco o poltrona,
il Comune non può acquistare, con denaro (un miliardo e mezzo),
uno status di associato (o componente di tale fondazione)
che già gli è riconosciuto dallo Statuto e dalla convenzione
stipulata all’epoca; né può acquistare, per la
bella cifra di un miliardo e mezzo, il solo diritto o capriccio
di contare di più (da 1/70 a 23/70, cioè contare un
terzo). Sarebbe come se al circolo del tresette avessero bisogno
di denaro liquido per effettuare dei lavori di pitturazione della
sede e proponessero a Silvio di versare un po’ di soldi all’associazione
in cambio dell’impegno a considerare il suo voto due volte
quello di Onofrio, nel momento in cui, nell’assemblea degli
associati, si dovesse decidere se comprare la birra Peroni anziché
la Raffo. E’ bene ricordare che lo status di associato
(o di componente di una fondazione) è condizione ben diversa
da quella di socio di una società commerciale o di condomino
di un edificio, in cui la quota corrisponde esattamente alla misura
dell’apporto patrimoniale iniziale o del titolo di proprietà
individuale.

Una volta escluso che si possa parlare
di una proprietà ripartita in quote tra i singoli consorziati
e considerato il consorzio un soggetto giuridico che riunisce i
titolari del semplice diritto di palco (o poltrona), resta da domandarsi:
chi è il proprietario del teatro? Il quesito non è
facilmente risolvibile, le risposte possibili sono due: o si ritiene
il teatro in proprietà indivisa, nemmeno pro quota,
del Consorzio, inteso però, si è detto, come soggetto
giuridico autonomo e distinto dai singoli i quali, si ripete, non
sono proprietari di nulla; oppure lo si considera di proprietà
della città, quindi del suo ente esponenziale che è
il Comune. Giuridicamente, la questione è complessa, ma fa
piacere ricordare la gloria e la lungimiranza che fu’ dei nonni
e bisnonni. Un secolo addietro, si proposero di fare qualcosa per
la città, quindi per se stessi; sottolinearono, nello statuto,
che la città aveva bisogno di un teatro, di un luogo di cultura
per gli altamurani; si impegnarono a raccogliere e versare denaro
e si obbligarono, anche contrattualmente, con l’amministrazione
dell’epoca a rivolgersi ad un’impresa di costruzioni altamurana,
a ricorrere alla manodopera altamurana, a coinvolgere, insomma,
in quella loro idea l’intera città: e così fu’,
se si pensa alle circa 300 sottoscrizioni, al numero di artigiani
ed operai impegnati nei lavori, al suolo ed al sipario che furono
concessi dal Comune… Mi piace pensare allora, e forse il diritto
milita a favore di queste interpretazioni, che il teatro fu costruito
per la città. Un esempio mi sembra più efficace di
tante argomentazioni giuridiche e – sembrerà strano, ma questa
città vive di queste incomprensibili contraddizioni —
mi è stato suggerito proprio dal nostro Sindaco in occasione
di una recente e piacevole conversazione, del tutto informale, sull’argomento.
A me, che discettavo in punta di diritto, mi fece osservare: "E’
quanto è avvenuto per Padre Pio". Scusi, Sindaco, che
c’entra Padre Pio? "Eh sì, parlo della statua di
Padre Pio che abbiamo eretto vicino alla Consolazione. Mi attivai
con un gruppo di altri fedeli e costituimmo un comitato: raccogliemmo
soldi e contributi, chiedemmo l’autorizzazione al Comune trattandosi
di suolo pubblico e riuscimmo nell’impresa. La statua è
lì". E quindi? "Insomma, mica noi diciamo che la
statua è nostra, magari in condominio!". Bravo Sindaco!
Trenta e lode in diritto privato, ma se vuol meritarsi un altro
trenta, per il Teatro Mercadante, dovrà cambiare programma
di studi e soprattutto professori.

Il Teatro di tutti.




All’attenzione

del Sindaco di Altamura,
Preside Vito Plotino


dell’Assessore
alla P.I. e presidente della commissione, Prof. Vito
Marvulli


del Presidente Commissione
Cultura, Dott. Antonio Lorusso

dei Gruppi Consiliari

del Presidente del Consorzio
Teatro Mercadante, Avv. Raffaele Caso

 




Il Teatro di tutti

Noi sottoscrittori di questo documento-proposta,
che sottoponiamo all’attenzione dell’Amministrazione e
del Consiglio comunali, del Consorzio Teatro Mercadante e dell’intera
città, abbiamo accolto con soddisfazione la notizia dell’avvio
di nuove trattative tra il Comune ed il Consorzio dirette alla riapertura
ed alla definizione di un nuovo assetto giuridico-finanziario del
Teatro Mercadante. Il dialogo riprende dopo un lungo periodo di
incertezze, incomprensioni e palesi conflittualità.

La posta in gioco è grande
e come tale, ci auguriamo, venga apprezzata dagli unici due soggetti
sinora coinvolti nelle trattative: restituire il Teatro alla sua
piena funzionalità ed alla Città. Riteniamo, pertanto,
che si renda necessario un ultimo e conclusivo impegno da parte
di tutti, anche da parte nostra: un impegno corale e cittadino,
come quello che un secolo fa’ ne consentì l’edificazione.
Solo uno sforzo di questo tipo potrà impedire che incertezze
giuridiche sull’assetto della proprietà, incomprensioni
personali e conflitti di interesse esplodano dando vita a contenziosi
giudiziari od a soluzioni radicali sempre possibili (si pensi ad
un eventuale esproprio, che pure le leggi consentono).

La "soluzione migliore"
potrà essere individuata unicamente coinvolgendo la città.
Chiediamo, quindi, che ai lavori della commissione istituita per
la predisposizione di uno schema di soluzione siano chiamati a partecipare
anche esponenti del mondo associativo, oltre a quelli del consiglio
comunale e del consorzio.

Riteniamo peraltro che l’unica
"soluzione" giuridica-amministrativa-finanziaria valida
e legittima sia quella che riesca a conciliare gli interessi pubblici
e gli interessi privati coinvolti nella vicenda. In questa direzione,
consideriamo necessario individuare una soluzione che contestualmente
riconosca il ruolo ed i meriti storici del soggetto privato (il
Consorzio Teatro Mercadante), tenga conto dei doveri e delle funzioni
cui è tenuto l’ente pubblico (il Comune) e, soprattutto,
rispetti i diritti dell’intera comunità cittadina, che
può esprimersi in questo contesto attraverso il coinvolgimento
di rappresentanti del mondo associativo cittadino.

Il Teatro non deve semplicemente essere
riaperto, definendone unicamente -come la istituita commissione
si propone di fare- l’assetto proprietario. Bisogna, anche
e soprattutto, fare in modo che il Teatro resti aperto. E’
necessario, pertanto, sia chiarire definitivamente a chi spetta
la proprietà e con quali quote; sia individuare il soggetto
giuridico a cui in via permanente dovrà essere affidata la
gestione del Teatro. I nodi della proprietà e della gestione
vanno affrontati e risolti contestualmente.

In particolare, per quanto attiene
al problema della gestione la soluzione che noi sottoscrittori di
questo documento auspichiamo e ci impegniamo a perseguire può
essere schematicamente descritta nel modo seguente:

– i compiti di gestione dovrebbero
essere definitivamente affidati ad una fondazione di diritto privato,
di cui si renderebbero fondatori il soggetto giuridico proprietario
dell’immobile, il Comune e gli eventuali altri soggetti privati
e pubblici interessati. Si tratterebbe di una fondazione di diritto
privato modellata secondo lo schema previsto dal Decreto legislativo
n. 367 del 1996 (la c.d. legge Veltroni sugli enti lirici). La fondazione
perseguirebbe, senza scopo di lucro, la diffusione dell’arte
musicale e teatrale, la formazione musicale e teatrale della collettività,
la promozione di eventi culturali in genere. Come previsto dall’art.
3 del decreto citato, per il perseguimento dei propri fini, la fondazione
provvederebbe direttamente alla gestione del Teatro, conservandone
il patrimonio storico-culturale-artistico; alla realizzazione di
spettacoli ed all’organizzazione di stagione teatrali e concertistiche;
svolgerebbe direttamente ed indirettamente, nel rispetto dei propri
scopi istituzionali, attività commerciali ed accessorie,
connesse al Teatro. La fondazione opererebbe secondo criteri di
efficienza ed imprenditorialità, nel rispetto dei vincoli
di bilancio e beneficiando del regime fiscale di favore previsto
per le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (v.
il recente Decreto legislativo n. 460 del 1997). La composizione
del consiglio di amministrazione di tale fondazione dovrebbe segnare
la vera novità
dei lavori della Commissione, prevedendo
la
partecipazione piena della Città alla gestione
del Teatro
, in particolare di quella parte organizzata in associazioni
ed impegnata in attività culturali, musicali e teatrali:
si potrebbe prevedere che un terzo dei membri del consiglio (il
cui numero complessivo si potrebbe limitare a nove) sia designato
dal Nuovo Consorzio (o da quello che sarà individuato come
soggetto proprietario dell’immobile), un terzo dall’ente
comunale ed il restante terzo dalla Consulta cittadina delle associazioni.
Solo una struttura di gestione aperta alla città, tale da
configurare un vero e proprio Teatro Civico, consentirebbe di usufruire
dei finanziamenti pubblici e del sostegno degli enti teatrali, nazionali
e regionali, che sono invece preclusi ai teatri a gestione privata.

Noi sottoscrittori, confidando nell’accoglimento
delle nostra proposta, ci proponiamo con le nostre professionalità
ed esperienze a contribuire ai lavori della Commissione (nei modi
che ci indicherete) e, quindi, alla definizione degli aspetti tecnico-giuridici
dell’auspicata fondazione di gestione

Il Teatro è stato e deve rimanere
un bene dell’intera comunità. Tutti, a vario
titolo, si dovranno sentire partecipi di questo patrimonio e
soprattutto delle attività che con esso si potrebbero realizzare
.

 

 

Seguono le firme dei sottoscrittori:

Carta Libera – AsterX – Lacompagnia
– AMLET – Teatro Stabile – Laboratorio di recitazione "Palcoscenico"
– Pro Loco – Compagnia Teatrale Gravinese 81 – Torre di Nebbia –
CIDI – Piazza – Nella città – Studiodanza – Tracce – Donne
in – FIDAPA – Radio Regio – Archeo Club – Centro Danza "Arabesque"
– DanzArte – Canale due – Radio Altamura Centrale – Centro studi
"A. Moro" – Piesse Management – ANFFAS – Ass sport. "Blue
Gym" – Ass. sport. "Sport è vita" – Ass sport.
"Nuova Altamura" – CARS – ARCA – Gruppo musicale "Uaragniaun"

Il Teatro di alcuni ”tutti”.

Pubblico o privato?
Le soluzioni vengono da vecchie leggi "fasciste" e dal
buon senso. E alla fine c’è sempre la possibilità
dell’esproprio…

di enzo colonna

 

Nulla di buono si profila all’orizzonte.
Ci auguriamo sinceramente di essere smentiti dai fatti, ma i termini
del possibile accordo che si sta profilando tra il Consorzio Teatro
Mercadante e l’Amministrazione comunale per il ripristino del
Teatro non concedono margini sufficienti alla speranza ed all’interesse
collettivo.

La situazione

Schematicamente riepiloghiamo la situazione:
1) il Teatro Mercadante, bisognoso di radicali e costosi interventi
di recupero, è chiuso da anni (quasi un decennio, 0, 0); 2) coloro
che rivendicano la proprietà (privata) dell’immobile,
vale a dire i consorziati, non dispongono o, meglio, non sono disponibili
ad investire proprie risorse economiche (private anch’esse, 0, 0);
3) i consorziati hanno richiesto che sia il comune ad impegnarsi
economicamente per il recupero; 4) sinora è mancata una risposta
da parte dell’amministrazione comunale; 5) la latitanza di
quest’ultima è da addebitare a congenita idiosincrasia
per le vicende culturali ed anche, forse soprattutto, all’oggettiva
difficoltà di configurare un nuovo assetto giuridico della
proprietà del Teatro: il Comune, infatti, non può
impegnare considerevoli risorse pubbliche a beneficio di privati
cittadini per un immobile che, nelle pretese dei consorziati, continuerebbe
ad essere nella loro (cioé, privata) proprietà e gestione;
6) è necessario, dunque, dar vita ad un nuovo soggetto giuridico,
frutto dell’apporto e collaborazione del Consozio, del Comune
ed eventualmente di altri soggetti pubblici e privati; 7) circa
tre anni fa’, questo giornale con altre associazioni suggerirono,
anticipando quella che sarebbe stata la soluzione adottata per gli
enti lirici nazionali (come la Scala di Milano) dal legislatore
nazionale (la cosiddetta legge Veltroni del 1996), di dar vita ad
una fondazione (quindi un ente di diritto privato, ma non a scopo
di lucro), il cui patrimonio fosse costituito in primo luogo dagli
apporti del Comune e del Consorzio (rispettivamente, il denaro necessario
per i lavori e l’immobile) ed in cui, però, il controllo
della gestione (vale a dire, la maggioranza del consiglio di amministrazione)
fosse affidata alla città nelle sue varie articolazioni (quindi,
a rappresentati del Comune, delle associazioni culturali, ecc., 0, 0);
8) si suggeriva, in altri termini, un ritorno al coinvolgimento
ed al sentimento collettivo (un fatto di popolo, si potrebbe dire)
che animarono l’edificazione, oltre un secolo fa’, del
Teatro: questa fu possibile grazie alla concessione da parte dell’amministrazione
comunale dell’epoca di un suolo pubblico, all’iniziativa
nobile di un gruppo di cittadini facoltosi (i cui discendenti sono
in buona parte gli attuali consorziati) che promossero una pubblica
sottoscrizione, ed appunto alle sottoscrizioni di centinaia di semplici
cittadini che consentirono di raccogliere le venticinquemilalire
necessarie per la costruzione.

Le trattative in corso

Quel suggerimento è caduto
nel vuoto. La triste e modesta realtà di questi ultimi anni
ha visto contrapposte, in uno sterile gioco a due, le (forse buone)
ragioni del Comune e del Consorzio. Quell’invito a "ridare"
il Teatro alla "Città", si badi, non al Comune,
sembra definitivamente rifiutato dai due protagonisti della trattativa.
Stando alle indiscrezioni, la triste e modesta soluzione, che si
va profilando in questi giorni di incontri a due, consisterebbe
nella costituzione di una società il cui capitale sarebbe
costituito dall’immobile e dai soldi pubblici messi a disposizione,
rispettivamente, dal Consorzio e dal Comune.

Un modo per camuffare ipocritamente
e maldestramente la concessione di fondi pubblici a semplici privati
perché: a) le quote della costituenda società
sarebbero assegnate in proporzione agli apporti dei due soggetti:
secondo un dubbio calcolo, al Comune (che verserebbe la somma necessaria
per il recupero, un miliardo circa) ed al Consorzio (che metterebbe
a disposizione l’immobile del valore di circa quattro miliardi,
secondo la stima degli stessi consorziati), spetterebbero rispettivamente
circa il 20% e l’80% del capitale sociale; b) con buona
pace degli interessi collettivi, l’operazione giuridica in
cantiere, in un colpo solo, escluderebbe la "città"
(associazioni culturali, gruppi teatrali, movimenti civili, forze
imprenditoriali) dal controllo della società, limiterebbe
ad una quota minoritaria la presenza dell’ente comunale ed
assicurerebbe agli attuali consorziati il controllo pieno della
società e la possibilità di continuare a gestire,
con i limiti manifestati in questi decenni, un Teatro finalmente
ristrutturato con denaro pubblico.

Promemoria per gli amministratori

Ci auguriamo che l’esito delle
trattative in corso non sia davvero questo. Ci limitiamo ora a denunciarne
la contraddittorietà con il tanto declamato interesse della
Città, sia quella che lavora e vive sulla propria pelle le
decisioni pilotate dall’alto, sia quella che, senza fini di
lucro, fa attività culturale. Forse è davvero giunto
il momento di deporre gli strumenti della mera denuncia civile e
democratica, rivelatasi sinora inefficace, e di intraprendere le
ben più efficaci azioni legali (in sede civile ed amministrativa)
che la legge assicura ai semplici cittadini nell’interesse
della collettività.

Desistiamo ancora, solo per un momento,
e ci limitiamo per ora a predisporre una sorta di promemoria,
confidando che ci sia un amministratore comunale per il quale abbia
ancora senso l’espressione "interesse generale".

Gli ricordiamo allora che: 1) se gli
attuali consorziati si ostinano a parlare di una loro proprietà
piena del Teatro, è cosa buona e utile chiedere loro quale
sia il loro titolo di proprietà; 2) il suolo su cui fu eretto
il teatro era ed è di proprietà pubblica, quindi nel
conteggio delle quote della costituenda società dovrebbe
essere computato; 3) né nella convenzione del 1895 con cui
il Comune concedeva il suolo al Comitato promotore della sottoscrizione,
né nello Statuto del 1895 di tale comitato si parlava ad
una proprietà piena dell’immobile; 4) si dovrebbe preliminarmente
fare chiarezza sulla natura giuridica dell’attuale Consorzio
che non è assolutamente ben definita (chi scrive può
averne una idea, ma resta un’opinione, 0, 0); 5) esso è nato
come comitato promotore di una sottoscrizione, le sottoscrizioni
furono centinaia, ma gli attuali consorziati si sono ridotti, in
virtù di una selezione operata con dubbie clausole statutarie,
via via adottate e modificate nei decenni, a poche decine; 6) allora
chi sono e quanti sono i consorziati?; 7) lo Statuto del comitato
del 1895 attribuiva ai sottoscrittori delle somme più consistenti
unicamente un diritto di palco, non la proprietà dell’immobile
che è cosa ben diversa; 8) lo Statuto adottato nel 1955,
infatti, continuava a parlare unicamente di un Consorzio per la
"gestione, amministrazione e conservazione del Teatro"
(art. 1), di cui facevano parte i proprietari di palchi e poltrone
(art. 2), non dunque i proprietari dell’immobile; 9) sempre
lo Statuto del 1955 distingueva tra un diritto di proprietà
assoluto ed uno relativo: quello assoluto (che si sostanziava nel
diritto di accedere ed usare gratuitamente del posto) era riconosciuto
unicamente al Comune (che aveva concesso gratuitamente il suolo)
ed agli eredi dell’ing. Striccoli (che aveva gratuitamente
progettato il teatro), quello relativo (che si sostanziava semplicemente
in un diritto ad essere preferiti nell’acquisto degli abbonamenti
stagionali) era riconosciuto a tutti gli altri eredi degli originari
titolari del mero diritto di palco; 10) la distinzione è
di sostanza, soprattutto perché esprimeva statutariamente
la distinzione operata dalla legge n. 1336 del 1939 che regolava
appunto i rapporti tra i proprietari degli edifici adibiti a teatri
ed i semplici titolari del diritto di palco; 11) solo nello Statuto
del 1993 i consorziati, autonomamente ed unilateralmente, hanno
operato una dubbia equiparazione o sovrapposizione tra titolarità
del diritto di palco e titolarità del diritto di comproprietà
sull’intero immobile; 12) l’impressione che se ne ricava
è che originariamente la proprietà del teatro appartenesse
alla città (da qui l’espressione di "Teatro Comunale"
contenuta nello Statuto del 1895) e che ai sottoscrittori di certe
somme fosse assicurato solo il diritto di palco.

Ricordiamo ancora all’amministratore
pubblico, se ve n’è qualcuno attento e di buon senso
dalle nostre parti, che: a) per quanto si è detto,
si rende necessaria un’indagine o un’accertamento preliminare
sull’assetto proprietario dello stabile, prim’ancora di
parlare della costituzione di una società mista; b)
se ci si riducesse (fors’anche a buon ragione, ma comunque
dopo la necessaria verifica) a parlare di una comproprietà
dello stabile tra i consorziati, trascurando quella distinzione
tra diritto di proprietà dell’edificio e diritto di
palco, in ogni caso l’amministrazione comunale dovrebbe far
valere ed esercitare (cosa che sinora non ha mai fatto) i diritti
che spettano al Comune (in modo incontestato ed incontestabile)
nella sua qualità di consorziato e, quindi, di comproprietario
dell’edificio, oltreché proprietario esclusivo del suolo
su cui sorge; c) ne consegue che il Comune dovrebbe preliminarmente
accertare l’entità della sua quota di comproprietà
all’interno del Consorzio; d) in altri termini, nell’attribuzione
delle quote della costituenda società si deve tener conto
non solo della somma destinata al recupero che andrebbe ad erogare
il Comune (il miliardo), ma anche della considerevole (se si tiene
presente che l’immobile sorge su suolo pubblico) quota di comproprietà
che esso già detiene sull’immobile.

Esproprio? Le leggi ci sono

E’ indispensabile, dunque, che
si accerti la situazione giuridica attuale e si definiscano gli
obiettivi, prima di pensare ad individuare gli strumenti per superare
le difficoltà che si frappongono alla riapertura del Teatro;
il consiglio vale soprattutto per alcuni funzionari (solerti factotum
del Comune, nonché affettuosi padri di famiglia) che sembrano
essersi scoperti, improvvisamente ed improvvidamente, votati alla
causa del teatro.

Aggiungiamo che la rivendicazione
e la difesa ad oltranza da parte dei consorziati del proprio status
di comproprietari, trascurando che il "loro" bene "privato"
ha per sua natura precise valenze e funzioni pubbliche, rischiano
di rivelarsi addirittura controproducenti per i loro stessi interessi.

Si potrebbero dischiudere scenari
del tutto nuovi e sinora non considerati dalla pubblica amministrazione,
se solo questa si preoccupasse di quantificare la propria quota
di comproprietà.

Infatti, l’art. 1 del R.D.L.
n. 579 del 1937, convertito con la legge n. 1221 del 1937 ("Norme
per disciplinare la risoluzione, da parte dei comuni ed enti pubblici
in genere, dei condominii teatrali"), riconosce ai comuni la
possibilità di "chiedere al prefetto la espropriazione
per causa di pubblica utilità dei palchi e relativi camerini,
con la rispettiva quota di altre parti del teatro e dell’area
di esso spettante ai palchettisti, esistenti sia nei teatri comunali,
sia in quei teatri dei quali i comuni abbiano almeno la quarta parte
in proprietà". L’indennità? Poca cosa: in
base all’art. 16 della legge n. 1336 del 1939, "l’indennità
dovuta ai proprietari dei palchi espropriati consiste nella somma
corrispondente al reddito annuo netto di ciascun palco capitalizzato
in ragione del cento per otto. Il reddito si determina prendendo
a base la media dei fitti percepiti o che avrebbero potuto percepirsi
da una locazione continuativa nell’ultimo quinquennio…".

Vogliamo continuare a parlare, come
fanno i consorziati, di comproprietà piena? Continuiamo,
stiamo al gioco…

Ai sensi dell’art. 12 della legge
n. 1336 del 1939 ("Norme sul condominio dei teatri e sui rapporti
tra proprietari dei teatri ed i titolari del diritto di palco")
"chi abbia la comproprietà del teatro per una parte
costituente almeno la metà del suo valore, previa autorizzazione
del ministro… può chiedere l’espropriazione della
parte spettante agli altri condomini". Il Comune ha, da solo,
la metà del teatro? Forse no, ed allora leggiamoci il secondo
comma dello stesso articolo: "l’espropriazione di cui
sopra può essere chiesta da uno o più condomini che
rappresentino almeno un terzo del valore del teatro quando, per
esigenze di pubblico interesse, sia riconosciuta l’utilità
di eseguire notevoli lavori di ricostruzione, di trasformazione
o di ampliamento del teatro e gli altri condomini si rifiutino di
concorrere nella spesa relativa"; in tale ipotesi, "qualora
il ministro… riconosca che i lavori siano urgenti ed indifferibili
-si legge nel quarto comma- … può disporre l’occupazione
dell’immobile espropriando, prefiggendo un termine per l’esecuzione
dei lavori".

Leggi fatte dall’Ulivo, dalla
Sinistra? Macchè: sono leggi fasciste e pure intelligenti.
Leggi che tutelano la proprietà, quando e nei limiti in cui
questa funziona, quando e nei limiti in cui si fa attività
con una utilità pubblica; non tutelano il diritto di lasciar
marcire quattro tufi, soprattutto quando questi formano un teatro
che ha una sua valenza sociale e generale. Sindaco, orsù,
all’opera con le Sue leggi!!

E dal momento che stiamo giocando
(ancora per un po’!), richiamiamo un’altra legge fascista,
un’altra legge fatta da gente "con le palle". E’
la n. 1089 del 1939 ("Tutela delle cose di interesse artistico
o storico"), applicabile al Teatro Mercadante in quanto dichiarato
immobile di particolare interesse storico-artistico con decreto
del Ministero per il beni culturali e ambientali del 16 aprile 1984:
gli articoli 14 e 15 dispongono che il ministro "ha facoltà
di provvedere direttamente alle opere necessarie per assicurare
la conservazione ed impedire il deterioramento delle cose"
ed in tale ipotesi, recita l’art. 17, "gli enti e privati
interessati hanno l’obbligo di rimborsare allo Sato la spesa
sostenuta per la conservazione della cosa. L’ammontare della
spesa è determinato con decreto del ministro. Qualora la
spesa non sia rimborsata, il ministro ha facoltà di acquistare
la cosa al prezzo di stima, che essa aveva prima delle riparazioni".

Pubblico o privato? Una terza via

Interessanti, queste leggi! Soprattutto
istruttive: la proprietà non è un’isola felice,
luogo di espressione di istinti individualistici ed egoistici; le
ragioni dei singoli vanno necessariamente raccordate con le ragioni
della comunità in cui quei singoli vivono ed operano. Il
gioco del "questo è mio e guai a chi me lo tocca"
è un gioco perdente e per nulla appagante: per tutti! Tutti
devono comprendere, come scrivevamo tre anni fa, che il Teatro Mercadante
è un bene privato con interessi e funzioni pubbliche o, specularmente,
un bene pubblico su cui gravano interessi privati che vanno riconosciuti
e tutelati. Superando l’asfittica contrapposizione tra pubblico
e privato, è necessario battere una "terza
via", quella diretta a sperimentare e ad individuare un assetto
giuridico che consenta di raccordare contestualmente interessi privati
e collettivi.

Il problema vero non è tanto
quello della titolarità della futura proprietà del
bene (maggioranza pubblica o privata?), quanto quello della sua
gestione, cioè del ritorno del Teatro alla sua funzione sociale
e culturale. In questa prospettiva, è ben possibile scindere
i due momenti (titolarità e gestione), ricollegandoli a due
diverse entità: da un lato, una fondazione di diritto privato,
proprietaria dell’immobile e con una maggioranza in mano dei
privati consorziati (a cui si potrebbe continuare a riconoscere
il diritto di palco per determinate manifestazioni, 0, 0); dall’altro,
una società operativa, controllata dalla città attraverso
rappresentanti delle istituzioni e delle realtà associative
ed economiche del settore, impegnata, nella gestione quotidiana,
ad assicurare il Teatro alla sua funzione ed alla comunità.

La proposta delle associazioni.

Il Teatro non deve essere semplicemente
riaperto, è necessario fare in modo che resti aperto. Si
deve evitare che, una volta riaperto esclusivamente grazie all’intervento
finanziario del Comune, si ripropongano in breve tempo le stesse
incertezze e difficoltà che hanno determinato la chiusura
del teatro otto anni fa’. Per questo motivo, chiediamo a chi
può decidere che ora vanno risolti contestualmente i problemi
legati all’assetto giuridico della proprietà ed alla
futura gestione. Invitiamo Amministrazione comunale e Consorzio,
uniti ora nelle trattative, ad individuare una soluzione moderna,
originale, senza rinchiudersi in un gioco a due e senza lasciarsi
prendere dalla morsa dell’alternativa o della contrapposizione
pubblico/privato. Tra questi due termini di riferimento, la moderna
realtà culturale e giuridica offre una serie di soluzioni
che consentono contestualmente di riconoscere il ruolo storico svolto
dal soggetto privato (il Consorzio), di tener conto delle funzioni
e dei doveri cui è tenuto l’ente pubblico (il Comune)
e soprattutto di rispettare i diritti dell’intera comunità
cittadina.

La nostra proposta è ispirata
al buon senso ed all’idea del rispetto dei diritti di un’intera
comunità. Un teatro, soprattutto in una città come
la nostra che non ne ha alcuno ed ha un solo cinema a disposizione,
non è un immobile qualunque, non può essere considerato
e trattato alla stregua di un banale condominio, con tanto di quote
e di tabelle millesimali. Vale la pena ricordare che gli attuali
consorziati, appena una settantina di persone, sono solo gli ererdi
di alcuni dei circa 300 cittadini altamurani che nel 1895 aderirono
ad una sottoscrizione pubblica che consentì l’edificazione
del teatro. Volendo utilizzare un’espressione ormai desueta,
ma per noi ancora carica di significato, quella vicenda fu un fatto
di popolo, coinvolse tutta la città, non solo i suoi sottoscrittori:
basti pensare che, quasi programmaticamente, nello statuto originario
del comitato promotore della sottoscrizione si esaltava la volontà
e la necessità di affidare i lavori alle maestranze, agli
artigiani e agli artisti della città; il sipario è
quello dell’ormai scomparso Teatro Comunale "S. Francesco".
Altro che condominio privato, come si legge nell’ultimo statuto
del consorzio!

In ogni caso, noi non chiediamo che
si proceda all’esproprio, che pure diverse leggi consentono
(anche quella sui teatri in condominio), non vogliamo ora contestare
la proprietà in capo al consorzio, sebbene dubbi e perplessità
si possano esprimere. Chiediamo solo che almeno per quanto riguarda
la gestione si recuperi quella dimensione corale e cittadina che
caratterizzò la costruzione del teatro, che si dia spazio
alla città, a quanti svolgono "senza scopo di lucro"
attività culturale, musicale teatrale, ecc. In questa direzione
si muove la nostra proposta di costituire una fondazione di gestione
che riunisca nel suo consiglio di amministrazione rappresentanti
del Consorzio, del Comune e della Comsulta cittadina delle associazioni.
Chiediamo il minimo! Abbiamo evitato, proprio per essere propositivi,
di mettere in discussione l’assetto proprietario. Quella dovrà
essere il frutto di una scelta di politica amministrativa. Vorremmo
però far osservare alla commissione al lavoro che in ogni
caso un eventuale nuovo consorzio, che nascerebbe con il contributo
economico che il Comune si appresterebbe a dare, deve vedere coinvolti
il Comune ed il Consorzio come ente giuridico autonomo. I singoli
consorziati non sono comproprietarii, come pure sostengono nel loro
ultimo statuto. A loro lo Statuto originario del 1895 e quello del
1955, nonché la legge del 1939 sul condominio dei teatri
riconosce unicamente un diritto di palco, vale a dire un diritto
ad essere preferiti nella sottoscrizione degli abbonamenti stagionali.
E’ con il consorzio che il Comune deve scendere a patti, non
con i singoli consorziati. Comunque, ripetiamo, la nostra proposta
si occupa solo della gestione. Alla città interessa non il
contenitore, ma il suo contenuto; non i quattro tufi, ma cosa con
quei quattro tufi è possibile fare. Interessa quindi che
la gestione sia affidata ad un soggetto giuridico che ad un tempo
garantisca i diritti dei privati ed assicuri il teatro alla sua
funzione sociale e culturale ed alla comunità cittadina.

(a cura di enzo colonna)

A chi appartiene il Teatro Mercadante?

A chi appartiene il Teatro Mercadante?
E’ comunale o privato? Domanda ricorrente seppur in sé
piena di limiti.

Se solo, infatti, si riflettesse
sulla natura del Comitato promotore. Se solo si prendesse
in considerazione il contenuto del diritto che fu riconosciuto
ai sottoscrittori dallo Statuto del 1895 (l’unico ad avere
un’efficacia non limitata al gruppo dei consorziati, in quanto
costituiva parte integrante della Convenzione del 1895 in virtù
di un richiamo espresso). Se solo si desse giusto risalto alla
misura ed alle forme del coinvolgimento della città nell’edificazione
del Teatro. Se solo si tenessero presente le motivazioni e le
intenzioni dei promotori espresse nella Premessa allo Statuto
del 1895. Ebbene, se si tenesse presente tutto ciò (su
cui ci si è soffermati nel dossier dedicato agli statuti),
la conclusione naturale ed obbligata sarebbe una sola: il Teatro
appartiene costitutivamente, culturalmente, emotivamente e funzionalmente
alla comunità altamurana, non – si badi – all’Ente
Comune.

Se solo si cessasse di parlare e
di litigare sulle "cose", sulle "quattro mura"
che formano un "recinto" (ma non definiscono una proprietà
o un bene). Se si ripercorressero, invece, le linee del ragionamento,
moderno e lungimirante, seppur avviato un secolo fa’ dai
nostri avi. Se, dunque, si ritornasse a discutere sugli obiettivi,
sugli interessi della città, sul "bene" racchiuso
nelle "quattro mura", sul contenuto e non sul contenitore,
sulla funzione che qualifica una "cosa" e definisce
un "bene". Ebbene, solo allora, si comprenderebbe che
un Teatro come il Mercadante è difficilmente riconducibile
alle rigide categorie del "pubblico" e del "privato".

Si potrebbe affermare di essere
in presenza di un bene privato con funzioni ed interessi pubblici
oppure, con formula perfettamente simmetrica ed altrettanto corretta,
un bene pubblico su cui gravano interessi privati: la sostanza,
però, non cambia. Il problema vero è allora quello
(usando le parole del professor Michele Costantino che segue la
vicenda del Teatro Petruzzelli di Bari) di capire come è
possibile "raccordare interessi privati, collettivi e pubblici
nel risolvere i problemi della ricostruzione e della futura gestione".

Per fare questo è necessario
inventarsi un luogo giuridico e, prima ancora, fisico in cui sia
possibile far incontrare (per superarle, senza annientarle!) soggettività
diverse (pubbliche, private, collettive) che si pongono come obiettivo
quello di restituire il Teatro Mercadante alla sua funzione ed
alla città. (enzo colonna)