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Un'altra Murgia Avvelenata su IndyMedia.org e su Carabinieri.it PDF Stampa E-mail
Scritto da ant, 24-09-2003 09:58

Un testo sul sito dell'informazione-fa-da-te parla di discariche abusive sulla Murgia (Santeramo). Anche il sito dei Carabinieri ne parla. Potete leggere il testo di IndyMedia cliccando qui.

Quello dei carabinieri cliccando qui. e comunque lo riportiamo qui di seguito.

Gli artificieri delle bombe ecologiche

Le discariche abusive rappresentano un pericolo serissimo per la salute della popolazione. In tutto il Paese sorgono come funghi, controllate spesso dalle ecomafie che guadagnano milioni di euro con il commercio dei rifiuti, soprattutto quelli ad alta tossicità. Per fortuna ci sono i carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico, sempre pronti ad intervenire

Un controllo sullo smaltimento illecito dei rifiutiLa storia che andiamo a raccontare comincia con una colonna di fumo che si leva alta nella campagna pugliese. Siamo sull’altopiano delle Murge, dalle parti di Santeramo in Colle, un paesone in provincia di Bari noto per essere la capitale italiana dei salotti. Qui si producono e si esportano in tutto il mondo poltrone e divani, un esempio da manuale di un Sud che funziona. Santeramo è una cittadina tranquilla, dinamica e moderna. E soprattutto è così diversa dall’immagine stereotipata del paese del sud, arretrato e depresso.

Ma proprio perché è una realtà tranquilla, quella colonna di fumo, che ammorba l’aria, allarma molti. All’epoca dei fatti – aprile 2001 – un lezzo insopportabile comincia così a spandersi tutto intorno. Passano poche ore, e quando, in seguito a una segnalazione, i carabinieri della locale Stazione si recano sul luogo trovano una realtà inattesa: all’interno di una tenuta di quattro ettari, ufficialmente sede di un’azienda florovivaistica, quella che sembra una vera e propria discarica di rifiuti sta andando a fuoco. Invece del profumo di violette e gelsomini, in quel luogo consacrato alla natura ci si scontra con un muro d’aria soffocante.

L’odore acre del fumo rende difficile la respirazione e fa lacrimare gli occhi dei militari, che devono tenersi prudentemente a distanza di sicurezza. Poche ore dopo i carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Bari, allertati dai colleghi della territoriale, arrivano sul posto. L’incendio non è ancora del tutto domato. Dai primi rilievi si deduce che si tratta di una discarica di rifiuti speciali, una discarica abusiva, priva di ogni autorizzazione e di ogni controllo. È quella che viene definita una “bomba ecologica�. E così, in breve, sull’intera area vengono posti i sigilli. Fatto ciò, quel pezzo di sperduta campagna pugliese ripiomba nel solito silenzio, rotto appena dai grilli e dalle cicale.

Tutto sembra tornare nella normalità, tutto lascerebbe pensare a una classica, per quanto illecita, attività di routine che si ferma lì. Ma proprio da questo momento comincia un’attività investigativa molto complessa. Seguendo a ritroso i fili che portano all’origine dei carichi di rifiuti speciali, comincia ad essere ricostruita la fitta trama delle spedizioni su e giù per l’Italia. Si scopre così che un camion partito dalla Liguria, passando per Roma, ha raggiunto la Puglia, dove ha scaricato, come fosse normale concime, il suo carico su un terreno agricolo.

Ad occuparsi dell’indagine, che si allarga ogni giorno di più, è la Sezione Operativa Centrale del Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente. Ed è proprio a Roma, nelle stanze della grande caserma bianca sulla via Aurelia, che il piano teso a sgominare quella che sembra una banda di professionisti nel traffico di rifiuti viene sviluppato. Ormai è passato un anno da quell’incendio nella campagna pugliese e le indagini corrono sempre più veloci: gli indizi si trasformano in prove schiaccianti.

Il business intercettato ha sicuramente un fatturato di svariati milioni di euro. Il trucco è ingegnoso e i carabinieri dell’ambiente riescono a ricostruirlo con precisione. Si parte dai produttori di rifiuti, per la maggior parte aziende siderurgiche e conciarie del nord Italia, che pagano ad alcune società specializzate il prezzo stabilito per lo smaltimento legale del rifiuti tossici, che quindi dovrebbero essere resi inerti prima di essere smaltiti in appositi siti controllati. Invece i carabinieri accertano che l’organizzazione criminale che gestiva lo smaltimento non faceva niente di tutto questo. Modificava soltanto le bolle di accompagnamento dei carichi di rifiuti speciali, e così i fanghi contenenti elevate concentrazioni di metalli pesanti, altamente inquinanti, diventavano con un semplice tratto di penna ammendanti o fertilizzanti.

È con questa dicitura che, da un centro di stoccaggio umbro, i rifiuti tossici raggiungevano le aziende agricole o le fornaci pugliesi per la produzione di laterizi. Qui, con la connivenza dei titolari, i rifiuti venivano scaricati in angoli appartati, ma spesso venivano riversati su terreni destinati alla coltivazione. Intercettando gli indagati, i carabinieri dell’ambiente scoprono che l’organizzazione criminale si occupava, tra l’altro, di contattare piccole società in difficoltà economica, che in cambio di denaro accettavano di smaltire i rifiuti speciali.

E così, dopo un lavoro certosino di ricostruzione, allo scadere di un anno intenso d’indagini, le prove che si accumulano sul tavolo del magistrato sono così pesanti da far scattare quasi automaticamente l’innovativo articolo 53 del “decreto Ronchi�, che prevede l’arresto per gli inquinatori dell’ambiente. All’alba del 23 aprile scorso scatta quindi l’operazione “Murgia Violata�. Gli uomini del Comando per la Tutela dell’Ambiente e del Comando Provinciale di Bari si presentano a casa degli indagati con 6 mandati di cattura e 22 denunce a piede libero. Quando poi i carabinieri giungono nuovamente davanti ai cancelli del vivaio di Santeramo in Colle si accorgono che i sigilli sono stati tolti e che l’attività della discarica, seppure in modo molto più discreto, è continuata.

Il risultato dell’inchiesta è clamoroso: nelle discariche abusive e nei terreni agricoli del barese sono finiti i fanghi del comparto toscano di una conceria, i fanghi industriali di impianti di depurazione di Lazio e Toscana, le scorie e le polveri di abbattimento dei fumi di industrie siderurgiche della Lombardia e del Veneto, pneumatici triturati provenienti dalla Campania, rifiuti prodotti da operazioni di bonifica di siti inquinati, terre disoleate della Liguria e dell’Umbria e, infine, trasformatori contenenti olio contaminato da PCB (policloruro bifenile).

Ispezioni ad un sito adibito a stoccaggio di rifiuti ecologiciDalle indagini emerge inoltre che gli arrestati falsificavano documentalmente la natura dei rifiuti da smaltire: si incontravano nelle aree di servizio dell’hinterland barese e alteravano la documentazione di trasporto e di accompagnamento. Secondo i carabinieri, nell’arco di un anno gli arrestati avrebbero smaltito nella provincia di Bari – soprattutto a Santeramo in Colle, Valenzano, Corato e Modugno – su terreni destinati alla coltivazione di prodotti agricoli, decine di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali, spacciandoli spesso come ammendanti. «Dopo aver abbandonato i rifiuti», sottolineerà durante la conferenza stampa il Sostituto Procuratore della Repubblica di Bari Renato Nitti, «gli indagati avrebbero, in molti casi, fatto arare o spianare il terreno per coprire l’attività illecita commessa, senza mai curarsi del fatto che i rifiuti speciali smaltiti contenevano elevate concentrazioni di metalli pesanti, tutte altamente inquinanti e bioassimilabili come cromo, cadmio, nichel e piombo».

Insomma, la realtà pazzesca che emerge dall’indagine dei Carabinieri è che prodotti inquinanti e dannosi per la salute sono stati utilizzati come materie prime per concimare la terra, oppure per fabbricare mattoni. E quello che non poteva essere riciclato veniva seppellito anche in aree sotto vincolo idrogeologico, oppure sul ciglio delle strade di campagna. Alla fine della giornata, i carabinieri sequestreranno due terreni riconducibili ad aziende operanti nel campo della gestione dei rifiuti (uno a Bari e uno a Mola di Bari), due aziende agricole (ad Andria e a Corato), l’azienda florovivaistica di Santeramo in Colle, una discarica abusiva di Adelfia e tre autoarticolati.

Ulteriori particolari inquietanti si aggiungono poi all’inchiesta: larga parte dei rifiuti sarebbe stata smaltita in terreni destinati alla coltivazione di foraggi per animali, ma anche di cereali e verdure per l’alimentazione umana. Gli elementi dispersi nel terreno e assorbiti dalle piante, attraverso la catena alimentare, potrebbero infine essersi accumulati nei tessuti adiposi degli uomini e degli animali. Una bella responsabilità per chi violenta l’ambiente per soldi. Ma a far fronte a questa terribile eventualità i criminali dovevano essersi probabilmente preparati. Infatti l’ordine di scuderia, in caso di controlli, era quello di negare ogni cosa. «Guardi che mais bello e rigoglioso. Con fertilizzanti inquinati non sarebbe stato possibile farlo crescere così», è quanto si sono sentiti rispondere i carabinieri da agricoltori che ora sono sotto inchiesta.

Al termine dei primi controlli, più di cento quintali di prodotti inquinanti, smaltiti abusivamente, sono stati rintracciati nelle discariche, ma molti di più sono scomparsi. I carabinieri del Comando Tutela dell’Ambiente hanno trovato la documentazione che attesta l’arrivo in Puglia dei rifiuti provenienti da Toscana, Lazio, Umbria, Liguria, Lombardia, ma nulla si sa sui i luoghi dove sono stati smaltiti. E a preoccupare ancor di più c’è il fatto che tutto il sottosuolo pugliese è pieno di grotte naturali e di anfratti. Se i rifiuti fossero stati occultati in fondo a qualche grotta, vista la natura carsica della terra murgiana, sarebbe difficilissimo rinvenirli e potrebbero anche andare ad intaccare le falde acquifere, provocando un ulteriore gravissimo danno al ciclo biologico.

Ma c’è un colpo di scena che avvalora la tesi del traffico criminale inconfessabile. Due mesi dopo il blitz, una discarica nei pressi di Bari, messa sotto sequestro, va stranamente in fumo. Proprio come per liberarsi di qualcosa di ingombrante. Per quarantott’ore ore bruciano rifiuti che erano stati controllati dagli uomini del Noe e dall’Arma territoriale. Nel rapporto del Noe sulla discarica di Bari, i carabinieri avevano raccolto reperti a vari metri di profondità. Per la maggior parte si trattava di plastica in varie forme, sminuzzata, in dischi, in forma di buste. Poi pezzi d’auto, ma anche diversi cumuli di stracci. È bastato scavare qualche metro per trovare i primi strati di rifiuti abbandonati senza alcun trattamento. L’ipotesi investigativa è che in quella discarica si nascondessero le prove di un’altra truffa famosa: quella dei vestiti donati alle associazioni di volontariato che diventano presto stracci da smaltire.

Nata con una colonna di fumo acre, questa storia finisce sugli effluvi di un’altra colonna di fumo nauseabondo che si alza verso il cielo. A meno che nuovi colpi di scena vengano ad arricchire una vicenda che già così fa tremare i polsi.

Francesco Silvestri


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