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Qualcosa di sinistra su Cuba PDF Stampa E-mail
Scritto da ant, 16-04-2003 14:38

da http://www.unita.it
16.04.2003
di Luigi Manconi
Ma quale relazione corre tra dirsi di sinistra, militare a sinistra, «fare cose» che sono (o si vogliono) di sinistra e definire «errori veniali» le condanne a pene tra i 18 e i 30 anni, inflitte da una tribunale di Cuba a un’ottantina di dissidenti? E la pena di morte per i tre giovani che hanno tentato di dirottare un vaporetto per fuggire dall’isola, ha qualcosa a che fare - anche solo lontanamente, anche nella maniera più sottile o più contorta - con l’idea di una società più libera e più giusta?
Una risposta incondizionatamente negativa parrebbe ovvia, ma così non è a sinistra: e nella nostra sinistra. A definire «errori veniali» le condanne inflitte ai dissidenti cubani, è stato Marco Rizzo dei Comunisti italiani (e sembra essere questa la posizione dell’intero partito): e il seguito delle sue risposte a un giornalista del Corriere della Sera è stato, se possibile, ancora più autolesionista. Alla domanda su quali sistemi politici e sociali preferisca, Rizzo risponde: «Da parlamentare potrei permettermi di dire Usa, se fossi operaio sceglierei Cuba».
Quest’ultima frase può essere letta e riletta, pesata e soppesata, ma il suo significato resta, ahinoi, inequivocabile. Un operaio dovrebbe scegliere Cuba perché, come ha detto appena prima lo stesso Rizzo, «nell’America Latina è l’unica a garantire giustizia e libertà»: e «giustizia e libertà» - per un operaio - corrispondono a un posto di lavoro e a un salario. Ammesso e non concesso che a Cuba gli operai dispongano di un lavoro e di un salario, perché mai quegli stessi operai se ne dovrebbero accontentare? Forse che le libertà politiche, i diritti civili, le garanzie democratiche non sono «roba da operai»? Qui, sia chiaro, non è in discussione la buona fede di Rizzo, ma quella frase rivela - al di là delle intenzioni - un autentico disprezzo per la classe operaia: e tradisce una vera e propria catastrofe ideologica, un disastro intellettuale, una rovina politica. Com’è possibile tutto ciò?
Com’è possibile che, nel medesimo schieramento, si ritrovino chi considera un «errore veniale» la condanna a venticinque anni di Héctor Palacios, uno dei promotori del «progetto Varala» (la prima iniziativa per un cambiamento pacifico del regime), e chi invece considera un’atrocità quella stessa condanna?
Molte le ragioni di una contraddizione così acuta. La prima rimanda a quella interpretazione «leninista» della lotta per il socialismo, che ancora condiziona i comportamenti e gli schemi mentali - e la stessa «concezione del mondo» - di una parte della sinistra. Quella interpretazione prevede una lunga fase di passaggio dal capitalismo al socialismo, attraverso il controllo dei mezzi di produzione, la socializzazione delle forze produttive, la dittatura del proletariato. È ovvio che, oggi, nessuno (o quasi) riproponga in questi termini e con questo linguaggio una strategia rivelatasi fallimentare e luttuosa: ma ne resta - eccome - l’eco, alcuni riflessi condizionati, numerosi tic ideologici, molte tracce semantiche e un’infinità di detriti culturali. E resta, soprattutto, una impostazione dove domina la figura del «nemico principale» (va da sé: gli Stati Uniti): e dove le posizioni della sinistra vengono misurate sul metro della distanza da quel nemico e dell’intensità del rapporto di ostilità oppure di alleanza nei suoi confronti. Insomma, siamo sempre al vetusto e logoro assioma de «il nemico del mio nemico è mio amico». Un paradigma su cui si fonda un’intera ideologia della belligeranza e della guerra e i cui esiti disastrosi per la politica sono noti da tempo: e non è necessario rifarsi al «patto Stalin-Ribbentrop» per ricordare quanto lo siano stati, in particolare, per la politica di sinistra e delle sinistre.
In questa logica residuale, è facile che Cuba assuma l’identità di Davide che resiste a Golia, e che questo ruolo «combattente» costituisca la spiegazione-giustificazione («errori veniali») non solo dei ritardi e delle lentezze, ma anche degli arbitrii e degli abusi, delle iniquità e dei misfatti, della pena di morte e della negazione della libertà. In ultima analisi, di un regime dispotico. Ma che cosa impedisce a una parte della sinistra di «vedere» quel regime? Qui interviene una seconda ragione dell’atteggiamento di subalternità verso il castrismo. Ovvero la sottovalutazione grave - se non l’ostilità - nei confronti delle libertà civili. Non va dimenticato che, all’interno della sinistra, è tuttora maggioritaria l’idea della contrapposizione - fino all’inconciliabilità - tra diritti sociali e diritti individuali, tra garanzie della collettività e garanzie della persona, tra tutela della comunità e tutela dell’individuo. Solo questo può spiegare come mai non si ritenga, da parte di alcuni (che, magari, hanno partecipato al Gay Pride di Roma), motivo sufficiente per una critica radicale il fatto che, a Cuba, vi siano omosessuali detenuti in quanto omosessuali: per aver affermato, cioè, il diritto alla piena autonomia nella sfera delle scelte sessuali.
Anche in tal caso, pesa il retaggio - mai definitivamente abbandonato - di una idea dei diritti civili come secondari e successivi: ovvero gerarchicamente e cronologicamente inferiori rispetto ai diritti sociali. Una sorta di lusso - le «libertà borghesi», appunto - che può stare a cuore solo ai privilegiati (non certo agli operai, che è gente concreta, signora mia) e che può essere rinviato a tempi migliori. Ma la radice del totalitarismo, e lo dovremmo sapere bene, risiede proprio in quella teoria dei «due tempi».
Non solo: si dimentica che la rivoluzione cubana risale al 1959 e che, dunque, la «stabilizzazione» sarebbe dovuta avvenire ormai da qualche decennio; e si dimentica, ancora, che il regime di Fidel Castro ha assunto i tratti di un dispotismo plebiscitario-familistico. Questo significa, forse, dimenticare le gigantesche difficoltà in cui si trovano quel paese e la sua economia? O sottovalutare il peso dell’embargo statunitense e della solitudine di Cuba nel continente e nel mondo? Assolutamente no. Ma proprio tale consapevolezza dovrebbe indurre a scelte diametralmente opposte: la penuria, il sottosviluppo, l’arretratezza economica non possono essere adeguatamente affrontati da regimi illiberali. La storia di interi continenti, nel corso del ‘900, lo dimostra in maniera inequivocabile. Non solo: la globalizzazione (e la «globalizzazione dei diritti») significa, tra l’altro, che le aspettative degli individui - in Italia e negli Stati Uniti, ma anche a Cuba - si sono ampliate e arricchite e riguardano, insieme, bisogni materiali e bisogni immateriali, benessere economico e diritti politici, sovranità su di sé e sul proprio corpo e interessi condivisi, autonomia della persona e pari opportunità, libertà di espressione e sicurezza materiale.
Si dirà: ma anche nel centrodestra si manifestano simpatie per Fidel Castro e il governo Berlusconi intensifica, proprio in queste settimane, le relazioni con quel regime. E allora? Che cosa c’entro io con il sottosegretario agli Esteri Mario Baccini (Udc)? Certo, non c’entro molto nemmeno con il grande scrittore José Saramago, che - continuando a definirsi comunista - ha pronunciato le seguenti e preziose parole: «Io arrivo fin qui. D’ora in avanti Cuba andrà per la sua strada, io mi fermo qui. Dissentire è un atto di coscienza irrinunciabile. (…) Cuba non ha vinto nessuna battaglia eroica fucilando questi tre uomini, però ha perso la mia fiducia, ha distrutto le mie speranze, ha defraudato le mie illusioni. Io mi fermo qui».

Pubblicato in : Argomenti, Continuiamo così...

Commenti utenti (1)
Postato il colabuton, 17-04-2003 16:43,
1. da 'il manifesto' del 16 aprile 2003
Le prigioni di Cuba
PIETRO INGRAO
Le notizie che giungono da Cuba sono allarmanti e non consentono silenzi. Il 3 di aprile si sono svolti in diverse sedi dell'isola processi contro 78 «dissidenti», o - per usare parole più secche - oppositori del regime castrista. Sommando le varie condanne comminate a questi oppositori si arriva a centinaia e centinaia di anni di carcere. Sono cifre agghiaccianti. E per questi processi parlare di rito sommario è un eufemismo un po' ridicolo. Né si può ingannare noi stessi: è impossibile che in questi veri e propri processi lampo siano stati garantiti elementari diritti di difesa, né ci si sia stata quella necessaria, elementare prudenza, che pure è il sale obbligato, quando si decide sulla libertà o sulla prigionia degli individui e dei gruppi. Gli imputati erano oppositori del regime castrista, anzi - usiamo pure la parola forte - cospiravano contro il regime? E che altro essi potevano fare visto che a Cuba difettano essenziali diritti di parola, di organizzazione, di lotta politica pubblica e riconosciuta? E questo ancora oggi, dopo quarant'anni dai giorni dell'insurrezione armata e della emergenza rivoluzionaria. E inoltre dove sta scritto che anche ai cospiratori in manette - quando non sono in condizioni di nuocere - non si possono, non si debbano concedere elementari poteri e strumenti di difesa? La giustizia - questa parola così solenne e alta - ha bisogno come il pane del contraddittorio pubblico e prolungato. Senza di che l'aula del tribunale diventa una farsa, un inganno feroce.

Ancora all'inizio di aprile - con un intreccio allucinante - si è tenuto a Cuba un altro processo, che ha portato alla condanna a morte di tre giovani che avevano sequestrato un traghetto per raggiungere la costa degli Stati uniti. Chi scrive nella sua vita ha imparato ad odiare la condanna a morte - questo agghiacciante potere di uccidere colui che sta già in manette e stretto dentro le mura di un carcere. Ma quella condanna a morte che si consuma e si compie quasi in un lampo, e non consente appello e rifiuta persino un momento di esitazione davanti all'uccidere l'inerme - è davvero qualcosa di ripugnante. Ed è ingannevole: si illude di cancellare con la mano del boia i problemi politici e umani che non sa risolvere. Si dirà: tutto questo è necessario a Castro per tutelarsi dai complotti americani. Io temo invece che ciò aiuti Bush a dire: vedete come è indispensabile la superpotenza americana...

Tale è il quadro amaro. Io non dimentico ciò che dall'insurrezione cubana è venuto come speranza e simbolo per un Terzo mondo soffocato dall'imperialismo, e anche per la difficile lotta della sinistra anticapitalistica nell'Occidente avanzato. Anche se personalmente io ebbi dubbi, tanti, davvero tanti - e dall'inizio - in quella seconda metà del Novecento ponemmo il ritratto del «Che» sul cassettone di casa, e cantammo nei cortei quella canzone indimenticabile. E credo di afferrare, di capire quanto ancora oggi Cuba agisca come speranza: prima di tutto per il continente centro-americano in cerca di riscatto, e oltre ancora. E ancor più adesso che la superpotenza americana ha proclamato - dinanzi al mondo - l'avvento dell'era della «guerra preventiva». Ma tanto più se la questione è ormai questa - e si vede sul campo - non possiamo illuderci di superare una tale prova con i processi sommari e le fucilazioni fulminanti.

Sento repulsione per quelle nuovissime carceri di Guantanamo, dove non esiste più nemmeno la protezione, il ritrarsi in sé che dà il buio della cella. Ma come posso contrastare le allucinazioni di Guantanamo se ricorro alla pena capitale contro dei fuggiaschi riagguantati e ormai con le manette ai polsi?

La battaglia contro Bush e contro la dottrina della «guerra preventiva» chiede altre strade: nuove e diverse. E si nutre di pacifismo, non di carceri e manette persino assurde, e di boia macchiati di sangue.

Un intellettuale, grande amico di Cuba, il nobel Saramago ha dichiarato il suo dissenso. E' una scelta che chiama al coraggio della verità, e Dio sa se ce ne vuole dinanzi alle prove aperte nel mondo.
 
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