GRANELLO DI SABBIA (n°90)
Bollettino elettronico settimanale di ATTAC
Giovedì, 27-03-2003
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possibile.
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Indice degli argomenti
Chi fa la guerra NON va lasciato in pace
Invitandovi a contestare la "guerra globale, militare - economica - sociale"
in tutte le iniziative di movimento, reti e associazioni (dalle
manifestazioni al sostegno del tavolo per la solidarietà promosso da "Un
ponte per ." www.unponteper.it), vi segnaliamo alcune iniziative specifiche
(ricordandovi che le iniziative sono consultabili su
www.fermiamolaguerra.it)
1 - Le nostre giornate a Baghdad, una guerra ai bambini, non a Saddam
Rapporto della "Asian Peace Mission" in Iraq, 13-18 marzo 2003
Traduzione a cura di Daniele Migrino e Andrea Grechi (Traduttori per la
Pace)
2 - Il monopolio della realtÃ
di PierPaolo Ascari (ATTAC Modena)
Questo articolo è stato scritto poche ore prima dell'attacco
3 - La salvaguardia dell'egemonia: prima l'Iraq, poi l'Iran.
Intervista del Wochenzeitung (Zurigo) del 06 marzo a Michel Chossudovsky
Traduzione a cura di Silvia Necco
4 - Diecimila soldati Usa nella Repubblica Dominicana: un altro fronte di
guerra
di Pascual Serrano
Un accordo tenuto accuratamente segreto stabilisce l'ingresso di diecimila
soldati degli Stati Uniti nel territorio della Repubblica Dominicana tra il
primo gennaio e il 31 marzo di quest'anno. Così è stato rivelato dal
principale partito della sinistra domenicana, Fuerza de la Revolucion.
Traduzione a cura di Andrea Pieralli
5 - Il Wto collassa sotto la sua stessa ambizione
di Nicole Bullard (Focus on Global South)
Appena un anno dopo che i paesi industrializzati avevano annunciato
trionfantemente il lancio del "ciclo di sviluppo di Doha" nei negoziati
commerciali, il WTO sta collassando sotto il peso delle sue stesse
ambizioni.
Traduzione a cura di Paola Albergamo
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Chi fa la guerra NON va lasciato in pace
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Invitandovi a contestare la "guerra globale, militare - economica - sociale"
in tutte le iniziative di movimento, reti e associazioni (dalle
manifestazioni al sostegno del tavolo per la solidarietà promosso da "Un
ponte per ." www.unponteper.it), vi segnaliamo alcune iniziative specifiche
(ricordandovi che le iniziative sono consultabili su
www.fermiamolaguerra.it)
Una notizia di pace al giorno, leva la guerra di torno?
Vi segnaliamo il quotidiano virtuale sulla guerra realizzato dal gruppo
Comunicazione del Forum Sociale Europeo, da stampare attaccare e diffondere
ovunque (come un giornale murale o da distribuire)
L'indirizzo a cui potete scaricarlo e diffonderlo è
http://213.136.155.105/
ciccate sulla scritta "15febbra1o"
Ogni giorno - forze permettendo - un volantino/manifesto/murale/ da leggere
on-line, anche, ma soprattutto da stampare, duplicare, diffondere,affiggere
distribuire ai cortei, alle tende della pace, alle scuole, nelle buche delle
lettere del vostro condominio.
Per questo è in versione grande (A3) e piccola (A4), a colori e in grigio,
con un agenda nazionale o con uno spazio vuoto per metterci le iniziative
locali.
Urgono collaboratori!
per collaborare alla redazione: pizzo@carta.org
per collaborare alla realizzazione/impaginazione (necessari QuarkXPress ed
Acrobat) carlo@sconfini.net
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1 - Le nostre giornate a Baghdad, una guerra ai bambini, non a Saddam
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Rapporto della "Asian Peace Mission" in Iraq, 13-18 marzo 2003
Per giustificare la guerra all'Iraq, gli USA sono passati dall'affermazione
che il paese detiene armi di distruzione di massa e nasconde terroristi,
all'affermazione che il suo presidente è un tiranno brutale, che deve essere
deposto per "liberare" il popolo irakeno.
La prima di queste ragioni è ben poco fondata, visto che le sue
argomentazioni sono basate su documenti falsificati, dossier artefatti e
notizie di intelligence gonfiate. Addirittura Hans Blix, il capo degli
ispettori ONU, ha accusato gli USA di fabbricare l'evidenza; persino la CIA
e l'FBI hanno protestato contro le distorsioni apportate ai propri report di
intelligence.
E' evidente che le ispezioni dell'ONU hanno portato il paese a disarmare, e
continuano a farlo; non c'è nessuna ragione per fermarle ora.
Una Missione asiatica di Pace, composta di esponenti della società civile e
parlamentari, si è recata in Iraq non solo per esprimere solidarietà , ma
anche per constatare in prima persona le condizioni reali degli iracheni e i
possibili effetti di una guerra sulla popolazione.
La missione è stata guidata da Loretta Ann Rosales, presidente della
commissione per i diritti umani del Parlamento delle Filippine. Tra i
membri: Hussin Amin, sempre del Parlamento filippino, in rappresentanza
della provincia di Sulu, probabile nuovo bersaglio di un attacco USA; Dita
Sari, dirigente sindacale indonesiana e insignita del prestigioso
riconoscimento Magsaysay; Walden Bello, direttore generale di "Focus on
Global South", un centro di ricerca e di supporto alle politiche regionali
con uffici a Manila, Mumbai e Bangkok; e Zulfiqar Ali Gondal, membro
dell'Assemblea Nazionale Pakistana.
La delegazione è uscita dall'Iraq qualche ora dopo la scadenza
dell'ultimatum, convinta di almeno una cosa: questa non sarà una guerra
contro Saddam Hussein. Questa sarà una guerra contro il popolo iracheno,
metà del quale è composto da bambini. I bambini soffrono per una guerra
continua, fatta sotto la maschera delle sanzioni economiche, e le loro
sofferenze verranno solo aumentate da un ulteriore conflitto.
Inoltre, l'affermazione spesso ridimensionata, eppure altrettanto spesso
ripetuta, della similitudine tra Saddam Hussein e Adolf Hitler, mirata a
rafforzare l'impressione della minaccia arrecata dall'Iraq, e quindi per
giustificare la guerra, non regge. La Germania, ai tempi di Hitler, era la
nazione industrialmente più avanzata del mondo. I membri della missione
hanno constatato che l'Iraq, a prescindere dalla descrizione che ne fanno
gli iracheni, è un paese effettivamente in ginocchio, un paese devastato.
Abbastanza sano per morire
La missione di pace si è recata in seguito agli uffici dell'UNICEF di
Baghdad, dove un rappresentante dell'organizzazione, il dottor Carel de
Rooy, ha illustrato la situazione dei bambini iracheni tracciando
un'immagine a dir poco atroce e desolante.
L'Iraq ha uno dei più elevati tassi di mortalità infantile al mondo.
Nell'ultimo decennio ha avuto il più alto tasso di crescita della mortalità ,
maggiore anche dei paesi più poveri del mondo.
Tutto ciò, però, non costituisce una sorpresa, visto che l'incidenza delle
malattie prevenibili è aumentata di più del 100% dal 1990. Cinque milioni di
persone in Iraq non hanno accesso all'acqua potabile. Tra le donne, tre su
cinque sono anemiche. La percentuale dei bambini sotto i cinque anni che
risultano cronicamente malnutriti è, secondo le parole di de Rooy,
"assurdamente alta".
De Rooy ha messo in evidenza come le sanzioni non solo siano da biasimare,
ma anche che "hanno provocato danni, danni tremendi". Alla radice dei mali
iracheni, ha affermato, c'è l'embargo economico.
Di fronte alla guerra imminente, l'UNICEF si sta assicurando che gli
iracheni possano resistere almeno alle malattie causate dalla guerra stessa,
dice De Rooy. Se gli USA colpiscono, come già fecero nel 1991, acquedotti e
fognature, gli effetti in termini di igiene e diffusione di malattie saranno
catastrofici.
Ciò che l'UNICEF sta facendo, in poche parole, e considerata l'elevata
possibilità di epidemie, è assicurare che i bambini siano abbastanza sani
nel momento della morte.
Il vero terrorismo
Dopo aver visitato i malati e i morenti, la missione si è recata a visitare
i morti.
Nel febbraio del 1991, mentre gli USA iniziavano a bombardare Baghdad, molte
famiglie si nascosero nei rifugi di Al-Amiriya nella speranza di
sopravvivere alla guerra. Gli spessi muri dell'edificio si rivelarono di
nessuna protezione.
Verso le quattro del mattino del 12 febbraio, una bomba lanciata dagli USA
cadde sul tetto dell'edificio, fece un buco di tre metri nel pavimento ed
esplose. 407 persone, per la maggior parte donne e bambini che dormivano,
morirono all'istante. Un numero del quale il Segretario di Stato USA Colin
Powell, a una domanda sulla quantità di civili uccisi durante la guerra, si
disse "non particolarmente impressionato".
Le immagini di alcune di queste 407 persone, vittime di un crimine di
guerra, sono oggi visibili sui muri delle stanze di Al-Amiriya, trasformato
in un museo che intende preservare il luogo come fu ridotto dai
bombardamenti. I muri sono ancora neri per la cenere e la fuliggine. I
grandi buchi sul soffitto e il pavimento sono oggi la maggiore attrazione
del luogo. Cavi e sbarre, ricurvi o spezzati, sono ancora arrotolati attorno
alle colonne. Scure e dense macchie di sangue marcano ancora il pavimento in
corrispondenza dei corpi delle vittime.
Nell'istante in cui la bomba esplose, una madre che stava cullando il
proprio bambino venne sbattuta violentemente contro la parete, lasciando
un'immagine visibile simile a una "Madonna col bambino" sullo sfondo nero
del muro.
"Questo è il vero terrorismo" ha detto un turista commosso alla vista delle
immagini dei corpi carbonizzati.
Verso sera, la missione ha fatto una visita di cortesia all'ex ambasciatore
in Germania e Francia, Abdul Razzaq Al Hashmi, il quale ha affermato che le
sanzioni e la minaccia di guerra hanno ridotto il paese a un enorme campo
profughi, dove la gente non fa altro che mangiare e dormire.
Come Tebaldo
All'università di Baghdad, la missione ha visto con i propri occhi la
volontà degli studenti di non lasciare entrare la guerra nella propria
educazione. Alla vigilia della guerra, i corsi continuavano come sempre. Gli
studenti affollavano i corridoi, giocavano a pallavolo e studiavano Romeo e
Giulietta di Shakespeare.
Il gruppo è entrato in una classe durante una lezione di letteratura inglese
ed ha parlato con quasi cinquanta studenti, per la maggior parte donne, per
chiedere loro cosa pensassero della guerra.
Gli studenti erano perfettamente al corrente di quali fossero le vere
ragioni di questa guerra. Conoscevano la loro storia. Per rispondere
all'affermazione di Bush secondo cui i bombardamenti sono necessari per
liberarli, uno studente dice: "E' ciò che hanno detto, da secoli, tutti
quelli che volevano conquistare l'Iraq".
Gli USA e i suoi alleati sperano che le sofferenze provocate dall'embargo e
dalla guerra convincano il popolo iracheno a ribellarsi contro Saddam
Hussein. Al contrario, non fanno che aumentare il consenso verso il regime.
Questo era del tutto evidente dal modo in cui tutti gli studenti
dichiaravano il proprio apprezzamento per Saddam e il disgusto per Bush. "E'
come Tebaldo" dice uno studente, riferendosi al personaggio di Romeo e
Giulietta.
Il professor Abdul Sattar Jawad dice che nonostante alcuni degli edifici
dell'università siano stati bombardati nel 1991, lui e i suoi studenti
vedono ancora la scuola come un rifugio. Racconta di come uno studente abbia
discusso la sua tesi di dottorato proprio mentre le bombe cadevano sul resto
della città .
Jawad considera una pia illusione l'idea che la gente irachena corra nelle
strade e gioisca per l'arrivo dei liberatori a Baghdad. A suo avviso
l'embargo ha peggiorato notevolmente il sistema educativo, rendendo molto
difficile l'importazione di libri e impossibile la partecipazione a
conferenze internazionali.
Jawad, che insegna letteratura americana e autori come William Faulkner e F.
Scott Fitzgerald, sostiene che sta diventando sempre più difficile far
capire agli studenti la differenza tra cultura americana e aggressione
americana. Di fronte alla pioggia di bombe, chiede, "come posso convincere i
miei studenti che la cultura e la democrazia americana sono cose buone?".
Egli ne è, tuttavia, convinto, e così sembrano i suoi studenti. Alla domanda
se i libri che studiano mostrino che gli USA siano intrinsecamente
aggressivi e violenti, la risposta unanime è "No".
Tutti gli studenti sono d'accordo nel ritenere che l'unico modo per non
essere soverchiati dalla minaccia della guerra è quello di continuare ad
andare a scuola. Stare a casa, dicono, è già un segno di disperazione e di
resa.
Solidarietà internazionale
Dopo la visita all'università , la missione si è recata al Press Center del
ministero per l'Informazione, dove alcune emittenti internazionali si sono
accampate per monitorare la situazione a Baghdad. Durante la conferenza
stampa, alla presenza degli inviati di diversi media europei, canadesi e del
Medio oriente, la delegazione ha esposto gli obiettivi della missione in una
fase così critica come quella attuale.
Etta Rosales ha posto l'accento sulla necessità di esprimere un forte
messaggio di solidarietà inter-asiatica al popolo iracheno. Hussin Amin, dal
canto suo, ha ricordato il rischio che la provincia filippina del Mindanao,
da cui proviene, possa essere uno dei prossimi obiettivi dell'azione
militare statunitense. Zulfiqar Gondal ha risposto ad alcune domande sull'
atteggiamento del popolo pachistano verso la guerra. Dita Sari ha espresso
la solidarietà degli indonesiani verso i fratelli musulmani che saranno
colpiti dall'intervento armato.
La conferenza stampa è stata trasmessa in serata dalla televisione di stato
irachena e da altre emittenti arabe, consentendo così il raggiungimento di
uno dei principali obiettivi della missione: far pervenire direttamente il
messaggio di solidarietà asiatica al popolo iracheno nell'ora del bisogno.
Successivamente, alcuni componenti della delegazione hanno presenziato,
nella Piazza della Libertà di Baghdad, alla cerimonia d'inaugurazione di un
gigantesco murale, opera del famoso artista coreano Choi Byung Soo. In
quella sede hanno avuto l'opportunità di incontrare altre delegazioni di
pace provenienti da Messico, Giappone e Corea. A un certo punto, un uomo si
è avvicinato esprimendo, in un inglese incerto, la gratitudine degli
iracheni per la presenza della delegazione nella loro città .
La missione ha poi organizzato una Serata di Solidarietà asiatica per
confrontarsi e discutere con i numerosi gruppi stranieri giunti a Baghdad
per opporsi alla guerra. Hanno così avuto modo di condividere impressioni,
pareri e progetti con pacifisti provenienti da un gran numero di paesi quali
Australia, Ucraina, Russia, Italia, Canada, Svezia, Corea del sud, Giappone,
Regno unito e Stati Uniti.
L'incontro è stato anche l'occasione per esprimere formale ringraziamento
alla preziosissima assistenza di Kathy Kelly, di "Voices in the Wilderness",
l'organizzazione che ha fatto arrivare a Baghdad alcuni gruppi di cittadini
statunitensi, tra cui alcuni rappresentanti delle vittime dell'11 settembre;
a Han Sang Jin, dell'organizzazione coreana "Nonviolent Peaceforce"; a Wadah
Qasimy e Hasan al-Baghdadi, del ministero degli Esteri iracheno; a Fahdi
Hefashy, console onorario delle Filippine in Siria; e a Grace Escalante,
ambasciatrice filippina in Iraq.
Alcuni delegati stranieri hanno intenzione di rimanere in Iraq anche durante
la guerra. Ritengono di avere appena il 20% di possibilità di sopravvivenza
in caso di conflitto. C'è chi è assolutamente determinato a posizionarsi
come "scudo umano" a protezione di obiettivi militari come ospedali, ponti,
centrali elettriche e impianti di trattamento idrico. Eventuali
bombardamenti di questi siti sarebbero da considerare come crimini di
guerra.
Evacuazione
Il programma della missione è stato discusso e organizzato in piena
autonomia dai componenti della delegazione - senza alcuna ingerenza da parte
delle autorità irachene. In aggiunta, c'è stata l'opportunità di interagire
con la gente della strada - tassisti, camerieri, funzionari statali,
negozianti, poliziotti, ecc.
Queste interazioni sono state assolutamente spontanee e casuali, e non
arrangiate a bella posta dagli strateghi del governo iracheno.
La notte del 16 marzo, nei locali del Palestine Hotel, dove soggiornavano i
membri della delegazione e numerosi giornalisti e pacifisti stranieri,
oggetto di tutte le conversazioni era l'ultimatum lanciato da Bush all'Onu e
a Saddam Hussein. Non pochi, tra i delegati che avevano deciso di restare,
si sono sciolti in lacrime nell'accomiatarsi da coloro che erano in
partenza.
Inizialmente la missione aveva previsto di restare fino alla notte del 17
marzo, eventualmente anche fino al 18, ma a quel punto il volo per Damasco
era già stato cancellato. Il costo dell'eventuale noleggio di pulmini per
raggiungere la Siria via terra nel frattempo era più che triplicato, e la
possibilità di accreditarsi come personale diplomatico o di agenzie dell'Onu
diminuiva di ora in ora, così come quella di trovare un iracheno disposto ad
accompagnarli, data la limitata disponibilità di veicoli. L'evacuazione di
Baghdad era iniziata già prima dell'arrivo della missione, ed aveva subito
un'accelerazione la notte del 16 marzo, in coincidenza con l'ultimatum
statunitense.
Per queste ragioni, nonostante la loro intenzione di proseguire la missione,
i membri della delegazione si sono visti costretti a fare i bagagli e a
partire la mattina seguente, anche per la pressante insistenza dell'
ambasciatrice filippina. Lungo la strada per Damasco, la missione ha
incontrato file di macchine con famiglie che si affrettavano a trasferirsi
in località più sicure, e lunghe code alle stazioni di benzina.
Giunti in prossimità del confine con la Siria, la missione ha fatto
conoscenza con un gruppo di volontari provenienti da Marocco, Algeria,
Palestina e Siria, che stavano entrando in Iraq per combattere gli Stati
Uniti e le truppe alleate.
Dopo un estenuante viaggio di 15 ore, la missione è giunta a Damasco il 18
marzo per poi partire alla volta di Manila, Giacarta e Karachi il giorno
seguente.
La delegazione ha promesso di farsi portavoce del messaggio proveniente dal
popolo iracheno nei rispettivi paesi di appartenenza. Questa non è una
guerra contro dei terroristi. Non è una guerra contro Saddam. E' una guerra
contro il popolo iracheno, in particolar modo contro i bambini, che
costituiscono la metà della popolazione.
I componenti della missione:
Loretta Ann Rosales, responsabile della missione, esponente del partito
Akbayan! al Parlamento filippino e presidente della Commissione per i
diritti umani;
Prof. Walden Bello, direttore generale di "Focus on the Global South"
(Mumbai, Bangkok, Manila);
Zulfiqar Ali Gondal, membro dell'Assemblea nazionale Pachistana;
Dita Sari, attivista sindacale indonesiana, insignita del prestigioso
riconoscimento Magsaysay nel 2001;
Hussin Amin, parlamentare filippino del primo distretto di Sulu
Jim Libiran e Ariel Fulgado, rispettivamente inviato e operatore del
programma d'inchiesta "The Correspondents";
Herbert Docena, ricercatore di "Focus on the Global South".
Traduzione a cura di Daniele Migrino e Andrea Grechi (Traduttori per la
Pace)
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2 - Il monopolio della realtÃ
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di PierPaolo Ascari (ATTAC Modena)
Questo articolo è stato scritto poche ore prima dell'attacco
A questo punto e' una questione di ore, poi i missili cominceranno a
fischiare. Missili convenzionali, missili cui manca qualche trascurabile
diottria, missili con una scritta divertente e liberatoria, "in culo a
Saddam" o ragazzate affini. Due o tre di questi missili rovineranno subito
sul Ministero dell'Informazione,, tranciando i cavi che permettono a Saddam
di cucinare le notizie di guerra e di drogare l'opinione dei suoi sudditi.
Dalle competizioni elettorali alla guerra, la superficie sulla quale si
estende il dominio della rappresentazione deve essere totale, senza
increspature e zone franche, tanto da tramutarsi in una vera e propria
privatizzazione della realta'. A settembre, quando i ministri dei paesi che
aderiscono al WTO si troveranno a Cancun, in Messico, per aggiornare
l'elenco dei servizi privatizzabili, bisognera' che qualcuno lo dica: la
realta' non e' in vendita, se ne sono esaurite le scorte. Chi gestisce il
telecomando e' il vero padrone di casa. I padroni della realta' controllano
il modo in cui viene rappresentata e rendono narcotica la sovranita' del
padrone di casa. C’e' tutta una storia della guerra a luci soffuse che
comincia con l’invasione delle Malvinas, passa per il Kossovo e la Cecenia e
arriva a Kabul...
Non e' solo una storia di falsi e di contrabbandieri, ma un romanzo
dozzinale di ciechi e di black-out che arrivano a scioglierne l'intreccio.
Oggi quel romanzo ricomincia: bisogna tagliare la lingua di Saddam, per
questo il Ministero dell'Informazione rimane uno dei target più prevedibili.
Poi la guerra delle notizie tracimera' in un secondo tempo, più delicato e
paradossale: quello in cui chi e' bombardato riceve informazioni, sul fatto
di essere bombardato, da chi lo bombarda. Non tramite la tivu', la radio,
gli SMS, il satellite o internet. Niente di tutto questo. Probabilmente -
visto che da qualche giorno se ne fa un uso massiccio in alcune zone del
paese - verra' rispolverato lo stesso mass-media adoperato dal generale
Alexander, nel 1944, per sbandare i nostri partigiani: il volantinaggio
aereo. Privatizzare, anche nel caso della realta', non significa fornire un
buon servizio, all’avanguardia e competitivo, ma evitare che ne vengano
forniti altri.
Ma e' davvero possibile? Davvero crediamo che un buon grafico e un signor
volantinaggio possano intaccare lo spirito nazionale di un popolo temprato
da decenni di esclusione (su tutti i fronti, compreso quello della pieta'
internazionale)? Che la promozione della guerra scalfisca gli orientamenti
prodotti dalla miriade di Saddam che tappezzano quelle strade e quelle
piazze? Che l’operazione di marcketing degli alleati faccia fiorire bande di
patrioti e comitati di liberazione nazionale? Che gli iracheni possano
rimanere ammaliati da un nuovo e cosi' compromesso erogatore di realtà ,
insomma? Io francamente sono molto scettico. E penso inoltre che farsi
questo genere di illusioni significhi aver drammaticamente perso il senso
della misura, sovrastimarsi, non essere piu' capaci di ammettere che ci sono
identita' culturali e situazioni politiche più resistenti della nostra al
nostro modo di smerciare modelli di vita. C’è parecchio eurocentrismo - come
lo si chiamava una volta - in chi crede di convincere gli altri con un
volantinaggio: un’inconscia teologia del tutto-mercato, che giustifica e
redime, che si vende in ogni contesto e che, anzi, lo riconfigura.
Questa prospettiva può convincere i fattorini della democrazia d’asporto, ma
difficilmente modifichera' gli orientamenti di chi riceve dagli stessi aerei
il lutto, la morte – e la buona novella. Per la buona novella non si uccide:
al limite, ma proprio al limite, si muore. Del resto lo sanno anche al
Pentagono, nonostante lo ignorino parecchie migliaia di elettori che vivono
dell'area di egemonia del Dipartimento di Rumsfelds e che commettono
l'errore imperdonabile di confondere la democrazia con le definizioni
commerciali che escono dai nostri centri di comando. Il 15 febbraio, se non
altro, sta li' a testimoniare che il numero di questi elettori e' in una
fase di erosione.
Sicuramente al Pentagono, sul conto dei volantinaggi, non si fanno
illusioni. Certo, sanno di poter contare su un numero imprecisato di
disertori, ma in questo caso sara' il terrore – più che la
controinformazione – a pilotare le scelte. Cosi' dobbiamo concludere che
l’abbattimento del Ministero e dei ripetitori, i volantini, la lana di vetro
ideologico che gli esperti militari avvolgeranno intorno agli altoparlanti
di regime siano solo una manovra additiva, il contorno coreografico con cui
gli alleati serviranno la guerra sulle tavole di Baghdad? Un di piu',
insomma, una misura supplementare, per non lasciarsi sfuggire nemmeno quella
dozzina di iracheni che - non ricevendo piu' informazioni e venendo in
possesso delle modalita' d'uso diffuse dalla Air-Force - gireranno tacchi e
fucili di 180 gradi?
No, o comunque non solo. Il target nel target, il vero destinatario del
missile che demolira' il palazzo del Ministero e del putiferio di fotocopie
che piovera' sull'Iraq saremo noi. Quel missile scongiurera' l'ipotesi che
gli operatori di Saddam riprendano scene inopportune, le montino (come si
montano le immagini in un paese dittatoriale) e le spediscano alla redazione
dell'Al-Jazeera di turno. Quelle immagini potrebbero arrivare nei nostri
tinelli, accanto alle notizie più corroboranti montate dall’ufficio militare
che e' stato appositamente allestito nei locali della CNN, accanto a una
retorica della democrazia a (doppio) domicilio, il nostro e quello iracheno.
E non e' bello.
La propaganda di Saddam non rischia quindi di inquinare la buona
informazione degli iracheni, ma il monopolio della realta' che si esercita
sul circuito delle notizie e delle opinioni occidentali. Non credo che ci
sia bisogno di troppa malizia per ammettere che questo sara' l'effetto non
troppo collaterale del bombardamento al Ministero (riabilitato, reso
ragionevole dai volantinaggi), degli uffici di censura e dei miliardi di
fotogrammi che nelle prossime settimane usciranno da Washington per saturare
la nostra semiosfera. Per questo, tra le scritte dei missili che
cominceranno a precipitare fra poche ore sui tetti dell'Iraq, spero che un
soldato in vena di zingarate menzioni, oltre al tirannico sfintere di
Saddam, quello più democratico (ma non per questo meno praticabile) dell'
opinione pubblica mondiale.
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3 - La salvaguardia dell'egemonia: prima l'Iraq, poi l'Iran.
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Intervista del Wochenzeitung (Zurigo) del 06 marzo a Michel Chossudovsky*
WoZ: Cosa dovrebbe accadere perche' si eviti l'incombente guerra in Iraq?
Michel Chossudovsky: Innanzitutto dobbiamo capire le cause e le conseguenze
di una guerra. Questa e' una guerra di conquista che e' soltanto al suo
inizio. Il governo di George W. Bush lo ha fatto capire chiaramente: prima
l'Iraq, poi l'iran. E' una guerra che portera' alla militarizzazione di una
grossa regione: dalla costa est del Mediterraneo fino al confine occidentale
della Cina. E non e' solo una guerra indirizzata contro l'Iraq o l'Iran,
bensi' anche contro gli interessi petroliferi degli stati europei. C'e'
un'enorme rivalita' tra compagnie petrolifere, in particolare tra le ditte
angloamericane BP, Chevron-Texaco, Exxon e le compagnie europee come
Total-Fina-Elf e l'italiana ENI. Abbiamo dunque una contrapposizione tra il
blocco USA-Gran Bretagna e Francia-Germania. Questo non riguarda solo il
petrolio, ma anche l'industria degli armamenti.
WoZ: A causa di questa rivalita' deve automaticamente essere condotta una
guerra contro l'Iraq?
Michel Chossudovsky: Si tratta dell'occupazione militare dei campi
petroliferi. Questo e' un obiettivo importante. Gli Europei si trovano di
fronte alla domanda se parteciparvi o no al fine di ottenere una presenza
militare in Medio Oriente, come in Jugoslavia. Ma la forte rivalita' tra le
grandi potenze rende difficile un'azione militare comune in questo momento.
WoZ: Il governo Bush ha altri interessi economici per portare avanti una
guerra?
Michel Chossudovsky: L'egemonia statunitense potrebbe rafforzarsi
ulteriormente con questa guerra di conquista che e' in programma. Con
l'introduzione dell'Euro, il Dollaro si e' ritrovato una concorrenza. In
alcuni stati dell'ex blocco dell'Est, ad esempio nelle ex repubbliche
Sovietiche dell'Asia centrale, si e' affermato il Dollaro. In Europa
dell'est, Jugoslavia e in alcuni stati dell'ex Unione Sovietica si e' invece
imposto l'Euro.
WOZ: Il direttore della Banca Centrale statunitense, Alan Greenspan, mette
pero' in guardia da una guerra in Iraq, perche' potrebbe indebolire
ulteriormente le congiunture...
Michel Chossudovsky: Ci sono molte contraddizioni, e viviamo in un mondo
molto complesso. Ma io sono fermamente convinto che la meta delle operazioni
militari e strategiche del governo statunitense sia anche la
destabilizzazione dei sistemi monetari di altre nazioni, per poter cosi'
assicurare il predominio statunitense nel mondo.
WOZ: Quanto e' forte l'intreccio militare e politico negli Stati Uniti?
Michel Chossudovsky: Negli Stati Uniti c'e' una massiccia deviazione di
denaro pubblico a favore dell'ambito militare. Una ditta di armamenti non
produce per il mercato libero, bensi' vende al Ministero della Difesa. Senza
l'acquirente statale questa ditta e' morta. Gli importi che vanno a finire
nell'industria degli armamenti anziche' nei servizi sociali sono enormi: il
budget della Difesa statunitense e' del trenta per cento piu' alto
dell'intero prodotto interno lordo della Federazione Russa, in cui vivono
piu' di 150 milioni di persone. Le ditte di armamenti esercitano un enorme
influsso sullo stato, insieme alle compagnie petrolifere, finanziare e
farmaceutiche. L'apparato militare, i servizi come la CIA o i Ministeri sono
fortemente legati a livello personale con gli interessi di queste compagnie.
Nei consigli di vigilanza dell'industria degli armamenti si incontrano
spesso ex direttori della CIA, e dei generali lavorano per le compagnie
petrolifere.
WoZ: Tutto cio' non suona un po' come una teoria del complotto?
Michel Chossudovsky: Il legame degli interessi economici e militari cosi'
come l'influsso dei servizi segreti sul settore pubblico sono molto
evidenti. Per questo ultimamente ho concentrato la mia ricerca economica
sulle operazioni nascoste dei servizi segreti con le quali si preparano le
guerre. Il governo Bush afferma in malafede di voler condurre la guerra
contro l'Iraq per motivi umanitari. Afferma l'esistenza di un legame tra il
governo iracheno e Al-Quaeda di Osama Bin Laden, il che e' pura propaganda.
Non e' invece propaganda il fatto che la CIA per motivi di anticomunismo
abbia contribuito all'affermazione dei Mujaheddin in Afghanistan. Ancora
durante la presidenza di Bill Clinton il governo statunitense ha appoggiato
gruppi islamici in collegamento con Al-Quaeda.
WoZ: Questo pero' si riferisce alla guerra in Jugoslavia ed era prima
dell'11 settembre?
Michel Chossudovsky: Si, era in Bosnia, ma dopo la guerra fredda. D'altra
parte abbiamo mantenuto relazioni con il servizio segreto pakistano ISI, che
fino all'11 settembre aveva buoni legami con il regime Talebano cosi' come
con i servizi statunitensi. Da questo non traggo nessuna conseguenza
definitiva sui gesti concreti, ma questi fatti non possono andare dossolti
della discussione politica.
Michel Chossudovsky (60) e' Professore di Economia presso l'Universita' di
Ottawa, Canada e direttore della rivista "Global Outlook".
Traduzione a cura di Silvia Necco
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4 - Diecimila soldati Usa nella Repubblica Dominicana: un altro fronte di
guerra
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