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Lord Keynes inviato al fronte PDF Stampa E-mail
Scritto da ant, 22-02-2003 05:11

da www.rekombinant.org un articolo di Enzo Modugno.
IMPERDIBILE!

p.s. stampa e distribuisci. ENZO MODUGNO
I Social Forum sono stati anche, a guardar bene, dei congressi internazionali di
polemologia, una disciplina che studia le cause delle guerre. Da Firenze a Porto Alegre
in centinaia di dibattiti sono state valutate le dichiarazioni ufficiali del governo Usa e le
principali cause della guerra avanzate finora, cioè il keynesismo militare, il terrorismo,
il petrolio. Partiamo dalla prima spiegazione, il keynesismo militare. «Con Reagan -
ha scritto Samir Amin - il keynesismo sociale è stato ripudiato, ma a favore di un
keynesismo militare - immutato dal 1945 e mantenuto anche dopo la dissoluzione del
presunto nemico sovietico - per il quale la scelta egemonica di Washington ha trovato
nuove legittimazioni». Secondo questa versione, la crisi economica, la più grave dopo
il `29, è oggi il pericolo reale e inconfessabile per la «sicurezza nazionale» Usa, non il
terrorismo e il petrolio delle versioni ufficiali. Quindi la spesa pubblica militare - il
keynesismo infinito - serve in realtà a combattere la crisi perché ha il duplice effetto:
1) di attutire la recessione - come sostegno alla domanda che diventa decisivo
quando la riduzione della pressione fiscale e i tagli del costo del denaro non danno
risultati - e 2) di rafforzare l'egemonia militare - che permette di controllare mercati e
campi d'investimento e di rassicurare i capitali esteri che affluiscono a finanziare il
deficit statunitense.

Una sinergia micidiale. La spesa pubblica militare è così diventata la formula della
sopravvivenza per il capitalismo statunitense afflitto da depressione cronica, ed è
ormai una necessità permanente, strutturale, inconfessabile che ha dunque bisogno di
apparire necessaria in altro modo, giustificata cioè da una continua, ossessiva,
apocalittica minaccia, che se c'è va enfatizzata e se non c'è va costruita.

Torniamo un po' dietro nella storia, agli anni Trenta, quando gli Usa stavano
attraversando il decennio di depressione più disastroso della loro storia, curato invano
con la spesa pubblica civile. Ma quando «il dottor New Deal - disse l'allora presidente
Roosevelt - lasciò il posto al dottor vinciamo la guerra», e nel 1941, già nei primi mesi
di conflitto con la forte ripresa della produzione, gli Usa verificarono l'efficacia
economica della spesa pubblica militare, la adottarono stabilmente e da allora non
l'hanno più abbandonata. Quindi non ci troviamo all'inizio della «guerra infinita» ma
ad un'alternanza di guerre calde e fredde che dura da 61 anni: oggi infatti, con la
capacità produttiva inutilizzata al 25%, come nella grande depressione, l'unica
domanda che continua a crescere è quella per gli armamenti.

Il military keynesianism, di cui hanno scritto Paul Sweezy e Paul Baran, Harry Magdoff,
Samir Amin, che hanno interpretato in questo modo le guerre Usa per più di mezzo
secolo, è stato ripreso nei Social Forum ma oggi è quasi ignorato a sinistra. Ne ha
parlato Alex Zanotelli e ne hanno variamente trattato Massimo Pivetti su «Giano»,
Giacchè, Burgio e Catone su «L'Ernesto», Nella Ginatempo su «Pace e guerra» e
Sbancor su Indymedia, Luciano Vasapollo e Giorgio Gattei in La belle epoque è finita,
quaderno di «Contropiano». Ma non ve n'è traccia nel pur dotto volume Per una pace
infinita di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni, secondo i quali la guerra viene fatta per
rimuovere le interruzioni alla circolazione delle comunicazioni e dei flussi del petrolio e
del denaro.

Secondo la spiegazione «keynesiano-militare» delle minacce di guerra, il terrorismo e
il petrolio svolgerebbero il ruolo ufficiale di «minaccia».

La guerra al terrorismo è la versione ufficiale fornita dall'amministrazione Usa,
accettata da neoliberisti di destra e di sinistra, e anche da una parte della sinistra che
rifiuta la guerra, ma perché la considera un mezzo inadeguato e controproducente. Si
vedano a questo proposito, le critiche a questa spiegazione date da Andrea Catone
nel numero 5 de «L'Ernesto». Rifiuta questa versione anche Alex Zanotelli: «Non è una
guerra contro il terrorismo. Non so cosa sia successo l'11 settembre, un giorno lo
sapremo, ma il complesso militare-industriale americano ha usato l'11 settembre per
rilanciare l'economia».

Qualche mese fa a Praga, il presidente americano George W. Bush ha dichiarato: «La
guerra fredda è finita ma ora ci sono nuovi nemici. Ci abbiamo messo dieci anni per
capire qual era la nuova minaccia», confessando così la troppo lunga gestazione della
strategia statunitense sulla sicurezza nazionale. Ma può essere detto, con Ramonet,
in altro modo: «l'anticomunismo vi era piaciuto? l'antislamismo vi entusiasmerà».
Tuttavia il terrorismo islamista non è l'Armata rossa e i 10 mila di Al Qaeda non
riescono a giustificare una spesa militare così sproporzionata; anche perché sono stati
allevati, istruiti, armati dagli Usa sin dagli inizi e usati contro l'Urss in Afganistan; una
credibilità vacillante, anche per i dubbi e le inchieste sull'11 settembre.

E' stato dunque necessario un rilancio ufficiale. Se dopo l'11 settembre erano stati
previsti due anni, adesso il «piano militare strategico per la guerra al terrore» ne
prevede altri trenta, un intero periodo storico, l'equivalente della Guerra fredda, in
realtà la sua continuazione. «E' la formula magica per far durare all'infinito il periodo
delle vacche grasse: la Guerra fredda è una pompa automatica, si gira un rubinetto e
la gente strepita per nuovi stanziamenti militari, se ne gira un altro e lo strepito
cessa», scriveva 50 anni fa l'ultraconservatore «U.S. News and World Report» (citato da
Paul Sweezy ne Il capitale monopolistico). Nulla di nuovo dunque, nient'altro che la
solita, collaudatissima «formula magica». Costruire o enfatizzare la minaccia per
giustificare l'ingente spesa pubblica militare. Ma alla Casa Bianca ci sono due scuole di
pensiero e la seconda ha un'altra minaccia da affiancare al terrorismo: la mancanza di
petrolio.

La mancanza di petrolio costuisce, secondo alcuni documenti dell'amministrazione
Bush, il vero pericolo, dato che fondano alla «sicurezza nazionale» Usa sul controllo
dei giacimenti. Questa spiegazione è recepita da un'altra parte della sinistra perché
combacia con l'interpretazione «leninista» della guerra imperialistica come guerra di
rapina. Per Valentino Parlato potrebbe essere «una tesi troppo vetero-imperialista» (il
manifesto, 18-9-2002). Si sovrappone o coincide con l'interpretazione della guerra
come imposizione dell'egemonia Usa. La versione petrolio è frequente sui media
europei ma, come ha rilevato Rifkin, non su quelli americani. In effetti le compagnie
americane hanno comprato ancora nel 2001 il 42% del petrolio che l'Iraq è riuscito ad
esportare.

D'altra parte se si trattasse davvero di una guerra per disporre di più petrolio, perché
solo ora e non dieci anni fa durante la guerra del Golfo? Quando invece il petrolio fu
bloccato, prima col dietro-front a pochi chilometri da Bagdad e soprattutto poi con le
sanzioni.

Il giornale della Confindustria si chiede preoccupato - ed è una preoccupazione
«europea» - se anche questa volta «ci sia interesse a tenere quel greggio lontano dal
mercato per molti anni» («Il Sole-24 Ore», 23-12-2002). Non si aspetta oil bonanza
neanche l'«Economist» (25-1-2003) secondo cui il motivo della guerra non è il petrolio
a buon mercato perché gli impianti petroliferi, già in cattive condizioni dopo dieci anni
di abbandono, con la guerra peggioreranno e ci vorranno altri dieci anni per
ripristinarli, specialmente se Saddam Hussein distruggerà i pozzi: per questo si
prevedono prezzi alti, $40 al barile, «almeno per molti anni».

E poi come sarà gestito il petrolio dell'Iraq? «Il petrolio è degli iracheni» ha dichiarato
il segretario di stato Usa Colin Powell (22 gennaio), ma il suo capo tace: glie lo
lasceranno o glie lo prenderanno tutto? E in questo secondo caso quanto potrà costare
tenere a bada 25 milioni di iracheni?

Dunque non è certo la guerra che assicura agli Usa petrolio a basso costo ma al
contrario il controllo del mercato che già detengono da molti anni: infatti i paesi
veramente dipendenti dal petrolio sono i paesi produttori, che non hanno mai il
coltello dalla parte del manico; il mercato del petrolio e dei derivati sul petrolio è
dominato dalla domanda e i prezzi di riferimento (Brent e West Texas) si fanno in
Occidente. Si prospettava anche un accordo tra i paesi importatori che potrebbero
escludere alcuni paesi produttori gettandoli sul lastrico. E la Russia e altri paesi non
Opec, che sono in grado da soli di fornire tutto il petrolio necessario sostituendo il
Medio oriente, stanno ora tentando di convincere gli Usa ad acquistarne quote
maggiori: c'è infatti incertezza sull'incremento della domanda di petrolio, che è del
2,2% secondo il modello di riferimento ma potrebbe essere solo dell'1,1% in seguito
al risparmio energetico in consumi e investimenti. Perfino il Bush del «no» a Kyoto ha
stanziato 1,2 miliardi per il motore all'idrogeno. Pertanto, e per il fatto che i giacimenti
sono più vasti di quanto stimato qualche anno fa, il dominio sul mercato assicura già
agli Usa abbondanza di petrolio e controllo dei prezzi.

Per questo, anche se la crisi economica, secondo la tesi neoclassica, derivasse dal
prezzo del petrolio - e non invece da ragioni endogene, secondo la tesi marxiana -
non avrebbe comunque senso l'occupazione dei giacimenti perché rapinare petrolio
costa molto di più che comprarlo: la guerra all'Iraq potrebbe costare fino a 2000 miliardi
di dollari, come sostiene l'economista William D. Nordhaus docente a Yale (il manifesto
del 14/2/2003), e quindi gli Usa, che spendono 100 miliardi all'anno per importare
petrolio, con 2000 miliardi potrebbero comprarne per vent'anni standosene tranquilli a
casa. Ma sfortunatamente il rapporto costi/benefici è stato calcolato su un altro piano.

D'altra parte il colonialismo è tramontato anche perché, stabilita l'egemonia militare,
era più conveniente controllare i mercati che occupare i territori. Per questo
l'occupazione coloniale dei pozzi - oggi - può diventare un'altra giustificazione per
l'ingente spesa pubblica militare.

Il keynesismo militare dunque è un tragico retaggio delle dittature che con la gestione
neoliberista si è definitivamente affermato come indispensabile alla sopravvivenza del
capitalismo. Un micidiale binomio che va riconosciuto e fermato: il terrorismo e il
petrolio sono solo le giustificazioni di turno, ci saranno ancora minacce ossessive,
apocalittiche, martellanti, e governanti che non oseranno metterle in dubbio.
L'anticomunismo delle blacklist maccartiste e l'antislamismo di oggi seguono lo stesso
copione. Questo capitalismo ha avuto bisogno quest'anno per sopravvivere di 700
miliardi di armamenti mentre ne sarebbero bastati 13 per eliminare la morte per
fame. Un cinismo trasversale che ormai solo un grande movimento può fermare.

Pubblicato in : Argomenti, Guerra e Pace

Commenti utenti (3)
Postato il colabuton, 06-03-2003 16:10,
1. guerra ed economia ... da il manifesto
da il manifesto del 5 marzo 2003
 
Soldi a pioggia per l'industria bellica Usa
 
JOSEPH HALEVI
 
All'idea che la Guerra Infinita, per usare l'ottima espressione coniata da Giulietto Chiesa, serva a rimettere in sella l'economia americana tendo a credervi sempre di meno. Troppi sono i problemi che gli Usa devono risolvere per trasformare la strategia bellica in una ripresa macroeconomica sostenuta. Innanzitutto è necessario che assicurino un alto grado di credibilità nel dollaro che al momento esiste solo nei paesi dell'America latina e nelle zone investite dalla presenza americana come il Pakistan, Israele, la Giordania, l'Egitto, i paesi del Golfo persico e quelli Asia centrale. Tutti comunque o molto piccoli in termini di reddito aggregato o molto poveri o entrambi. Gli Europei ed i giapponesi non hanno una grande fiducia nel dollaro. Se la svalutazione del dollaro fosse stata accompagnata da una ripresa significativa in America, l'Europa e Giappone avrebbero aumentato gli investimenti diretti al fine di beneficire della crecente domanda senza incorrere nello schiacciamento dei margini di profitto causato dalla svalutazione stessa. Ma con l'economia Usa in crescita debole e con capacità produttive eccedentarie in tutti i settori dell'economia mondiale questi flussi non aumenteranno molto. Senza soldi dall'estero gli americani hanno il problema del finanziamento del deficit della bilancia dei pagamenti. Anche sul piano speculativo il flusso di soldi dall'estero è stato necessario in quanto ha sostenuto la bolla di Wall Street. Con la fine di quest'ultima si è aperto un circolo vizioso. L'interesse ad inviare capitali diminuisce riducendo il valore del dollaro che si ripercuote negativemente sulla propensione delle società private ad accrescere in misura rilevante le attività in dollari e aggrando la posizione finanziaria internazionale di Washington. Il circolo vizioso si innesta su un dato strutturale dell'economia americana connesso prevalentemente ai legami che legano gli Usa all'Asia. Le capacità tecnologiche ed industriali degli Usa si sono drasticamente ridotte negli ultimi due decenni al punto che poche importazioni sono sostituibili con produzioni interne. Affinchè la svalutazione del dollaro possa avere un impatto palpabile sulle importazioni, riducendole rispetto alle esportazioni, sarebbe ormai necessario un gigantesco calo, ossia un crollo, della moneta Usa, purchè tale caduta abbia però solo un'influenza marginale sul sistema finanziario mondiale. Ovviamente così non può essere per cui la continuazione della svalutazione si traduce in una crisi, non in un riaggiustamento, della fiducia nel dollaro. Il vero sostegno alla moneta Usa viene attualmente dalle istituzioni ufficiali estere piuttosto che dai detentori privati stranieri nonchè dalle pressioni che, come in Giappone, le istituzioni ufficiali esercitano sui privati per dissuaderli dal liberarsi precipitosamente da attività finanziare in dollari. Le probabilità quindi che la «guerra infnita» rilanci l'insieme dell'economia possono essere inferiori a quanto si creda comunemente. Invece è perfettamente legittimo sostenere che la «guerra infinita» rilanci certi settori e ricompatti intorno ad essi i centri di potere del capitalismo Usa.

Una buona documentazione in tal senso è apparsa in una articolo del corrispondente a new York del Journal du Dimanche del 18 febbraio che presenta delle informazioni raramente individuabili sul paludato ed ostinatamente jospinan macroeconomico Le monde. Washington, riporta il giornale domencale francese, si sta ppreparando al più grande shopping militare degli ultimi vent'anni. I maggiori profitti andranno alla Boeing, i cui introiti già provengono per il 40% dal settore militari. Il giornale elenca poi la Northrop Grummann, società produttrice del bombardiere B2. Il gruppo ha l'avvenire assicurato grazie al libero mercato. Infatti la Northrop viene citata per i suoi eccellenti legami con gli alti funzionari del governo Bush e per le donazioni alle campagne elettorali di membri chiave della commisione «affari militari» del Congresso. Un'altra compagnia dello stesso tenore è la Lockeed Martin. Le società coinvolte nelle attività militari esibiscono valori azionariali in controdenza alla svalutazione borsistica e da due anni la società finanziaria e di consulenza Merryll Lynch suggersice di acquistare questo tipo di titoli.

Se, per ipotesi, la guerra non dovesse scoppiare le stesse società avrebbero l'avvenire assicurato grazie al programma di scudo spaziale rilanciato già da Clinton ed accelerato da Bush. Appare pertanto più utile formulare giudizi partendo dallo studio e dall'analisi delle composisizione degli interessi capaitalistici piuttosto che stabilire in maniera apriorirsitica una causalità, tra spesa militare e crescita economica aggregata, che forse oggi non è robusta come prima della crisi degli anni `70.
 
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Postato il colabuton, 27-03-2003 07:37,
2. I nomi e le cifre degli appalti per la ricostruzio
da il manifesto 27 marzo 2003
 
Affare Iraq, costi e profitti
 

Gli Usa pagano da soli la guerra, ma partono appalti «multinazionali» (non solo Halliburton)

 
MANLIO DINUCCI
 

«Il presidente Bush si sta confrontando con i costi della guerra in Iraq, sia in vite che in dollari», scrive The New York Times. Non si sa che cosa lo preoccupi di più: le vite americane perse in questa guerra (altrettanti colpi alla sua immagine politica), o i miliardi di dollari più del previsto che essa verrà a costare. Il presidente sta chiedendo al Congresso 75 miliardi di dollari, ma è appena un anticipo. Solo per inviare le forze nel Golfo - hanno specificato funzionari dell'amministrazione - sono stati spesi 30 miliardi di dollari, più 5 miliardi al mese per tenervele. Questi «fondi aggiuntivi» si sommano ai 399 miliardi del budget del Pentagono (di cui 17 per l'arsenale nucleare), ai 40 per i militari a riposo, ai 36 per il dipartimento della sicurezza della patria, agli almeno 35 per i servizi segreti, portando la spesa militare e paramilitare annua a circa 585 miliardi di dollari: oltre un quarto dell'intero bilancio federale. La guerra è però più lunga del previsto: se durerà un mese, stima l'organizzazione Taxpayers for Common Sense, si spenderanno nel 2003 oltre 110 miliardi di dollari. Molto più costosa sarà anche l'occupazione del paese, in quanto gli Usa, vista l'attuale resistenza irachena, vi dovranno mantenere più forze di quanto prevedessero. Inoltre, mentre nel 1991 gli alleati si addossarono circa l'89% del costo della guerra (80 miliardi al valore attuale del dollaro), è quasi impossibile che l'attuale «coalizione» sia in grado di fare altrettanto. Tutto questo, mentre il congresso prevede per il bilancio federale 2004 un deficit di 320 miliardi di dollari, che saliranno ad almeno 400 con il costo della guerra: un record storico che eclissa quello di 290 miliardi del 1992. L'amministrazione ha deciso, con un atto che non ha precedenti dopo la seconda guerra mondiale, di confiscare proprietà irachene negli Usa per 1,5 miliardi di dollari, ma è ben poca cosa: solo a Israele vengono dati, nel quadro del «massiccio budget per la guerra», 10 miliardi di dollari.

A tutto questo si aggiunge il costo dei contratti, per un valore di almeno 100 miliardi di dollari, che diverse agenzie governative, nel momento stesso in cui le prime bombe cadevano su Baghdad, hanno cominciato a stipulare per «la ricostruzione dell'Iraq del dopoguerra» (The Washington Post, 21 marzo). Da essi sono escluse le società non-statunitensi, poiché solo il personale di quelle statunitensi è autorizzato da Washington a «prendere visione dei documenti classificati» relativi ai lavori di ricostruzione. I primi sette contratti, stipulati dall'Agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid), riguardano «la riparazione di infrastrutture, tra cui strade e ponti, e la gestione di porti e aeroporti iracheni». Ad accaparrarseli è «un piccolo gruppo di gigantesche multinazionali statunitensi, alcune delle quali strettamente legate all'amministrazione Bush: tra esse figura una affiliata della Halliburton, la società già diretta dal vicepresidente Cheney», il quale continua a ricevere dalla società un «compenso differito» (una sorta di pensione) di un milione di dollari l'anno, che si aggiunge alla «liquidazione» di oltre 20 milioni di dollari in azioni che ha avuto quando ha lasciato l'incarico. Altre società beneficiarie dei contratti per la «ricostruzione dell'Iraq» sono il Bechtel Group, nel cui consiglio di amministrazione siede l'ex-segretario di stato George Shultz, e la Fluor, che lo scorso aprile ha assunto Kenneth Oscar, già vicesegretario del settore dell'esercito addetto all'acquisto di armamenti (35 miliardi di dollari annui), e ha nel suo consiglio di amministrazione l'ammiraglio a riposo (ma sempre attivo) Bobby Inman, già direttore dell'Agenzia della sicurezza nazionale e vicedirettore della Cia.

L'amministrazione Bush sta dunque facendo, con il denaro pubblico, un enorme investimento sull'Iraq. E' evidente quindi che voglia recuperarlo. Per questo respinge seccamente ogni richiesta che sia l'Onu ad amministrare il paese nel dopoguerra, quando, secondo i piani di Washington, saranno riportati a pieno regime i pozzi petroliferi e ne saranno attivati altri per sfruttare quelle che sono le maggiori riserve petrolifere del mondo, quando si costruiranno sul territorio iracheno le basi destinate a rafforzare la presenza militare statunitense nell'area strategica del Golfo. Questo, in sintesi, è lo scopo della guerra. Scopo che l'amministrazione Bush cerca di nascondere in vari modi. Tra questi, l'ordine impartito alle unità corazzate, prima di iniziare l'invasione dell'Iraq, di «non esporre sui carri armati le bandiere dei reggimenti e neppure quella americana» (The New York Times, 20 marzo), perché «la bandiera darebbe ai cittadini iracheni la falsa idea che siamo un esercito di conquista, che vuole la terra e la ricchezza irachena per gli Stati uniti, e non una forza di liberazione».

 
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Postato il colabuton, 27-03-2003 07:39,
3. ... i costi per gli inglesi
Londra, la guerra costa
La guerra all'Iraq potrebbe costare più del previsto alla Gran Bretagna. Secondo quanto anticipato dal cancelliere dello Scacchiere, Gordon Brown, quanto già è stato accantonato per questo conflitto - ovvero 1,75 miliardi di sterline - non potrebbero più bastare e la spesa immediata potrebbe salire a 2 miliardi di sterline. Sempre se la guerra rimane di breve durata e l'impegno a terra delle truppe angloamericane avrà un esito favorevole. Questo scenario comporta per Tony Blair anche la revisione del budget statale per il 2003, che il governo inglese si prepara a stilare entro il mese di aprile. Complessivamente per la difesa, l'anno passato, la Gran Bretagna ha stanziato 25 miliardi di dollari. Nel 1990-1991, l'impegno nella guerra del Golfo era costato a Londra circa 2,5 miliardi di sterline, corrispondenti agli attuali 3,3 miliardi di sterline; per questo molti esperti pensano che il cancelliere Gordon Brown dovrà chiedere al governo un ulteriore stanziamento fino forse ad un massimo di 4 miliardi di sterline. Considerato che questa volta servono molti più soldi per sostenere l'attacco di terra delle truppe. I soldati abbisognano di maggior supporto logistico (trasporti e carburante) ed un'assistenza tecnologica avanzata. Al governo Blair sono anche piovute le critiche di autorevoli quotidiani (vedi per tutti, il «Financial Times«) che contestano l'esclusione subita dall'industria inglese alla torta della ricostruzione dell' Iraq. Infatti, le maggiori commesse se le sono già accaparrate le società statunitensi amiche del presidente George W. Bush (ad esempio, Bechtel e Halliburton).
 
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