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Teatro Mercadante: rovistando tra le carte. PDF Stampa E-mail
Scritto da altamura2001, 19-09-1999 18:42

Articolo pubblicato da Piazza, numero del 19 settembre 1999. di enzo colonna
(Comitato per la difesa del Teatro cittadino
Il Teatro di tutti)

comitatoteatro@hotmail.com

Il conferimento dell’incarico all’avvocato Antonio Ventura per la redazione di un parere pro veritate che contribuisca a chiarire l’assetto proprietario del Teatro Mercadante costituisce senza dubbio un’apprezzabile novità nella gestione della vicenda da parte dell’Amministrazione comunale. Quest’iniziativa segue all’altrettanto opportuna e lodevole decisione di ‘congelare’ un’intesa raggiunta tra Amministrazione e Consorzio che noi (il Comitato per la difesa del Teatro Cittadino ed altre dieci associazioni culturali) avevamo denunciato come giuridicamente illegittimo ed invalido nell’atto/ricorso depositato in Comune il 10 maggio scorso.

E’ chiaro a questo punto che il Sindaco e la sua giunta hanno accolto, se non le ragioni (lo verificheremo nel prosieguo della vicenda), i suggerimenti espressi in quell’atto: 1) dare avvio ai necessari procedimenti diretti a rimuovere illegittimità e discrasie dell’accordo Comune/Consorzio e 2) fare chiarezza in ordine al reale assetto proprietario del Teatro ed in ordine al suo utilizzo. Quest’ultima sollecitazione ci sembrava essere (e continua ad essere) la condizione minima ed imprescindibile di qualsivoglia futura intesa tra ente pubblico e privati: a lume di logica (giuridica e comune) nessuno, tantomeno un Comune, si arrischia ad acquistare qualcosa senza sapere esattamente cosa compra e da chi deve comprare. Ponevamo domande elementari, eppure basilari, a cui l’accordo, troppo frettolosamente ed approssimativamente sottoscritto dall’Amministrazione, non forniva alcuna risposta. Quell’intesa mancava di un seppur laconico piano finanziario, di un piano di recupero dell’immobile, di una realistica stima dell’immobile e dei necessari lavori, di una definizione della funzione e del programma culturale che il Teatro recuperato sarebbe stato chiamato a svolgere, di un’ipotesi di gestione, dell’indicazione delle risorse finanziarie necessarie per la sua gestione.... insomma di qualche benchè minimo argomento che avesse potuto almeno giustificare, non certo far comprendere, l’unica operazione chiara di quell’accordo: l’esborso da parte del Comune di un miliardo e mezzo a favore dei consorziati.

Invero sempre nel nostro atto/ricorso suggerivamo che "la sede per una definizione trasparente e legittima della questione che tenga conto dei differenti interessi coinvolti ben potrebbe essere una conferenza di servizi indetta ai sensi dell’art. 14 della legge 241/90". Riteniamo che tale strada possa essere comunque intrapresa senza indugi, ora o dopo aver acquisito il parere dell’avvocato; così, almeno, ci auguriamo che sia. E’ bene però che gli amministratori comunali ricordino che le undici associazioni ricorrenti sono ormai parti interessate e necessarie dei procedimenti amministrativi in corso e, quindi, ogni iniziativa ed atto successivo, per legge, devono essere sempre comunicati loro e, ove possibile, prevedere il loro coinvolgimento preliminare nell’adozione di ulteriori decisioni. E’ bene inoltre che il presidente del Consiglio comunale trasmetta ai singoli consiglieri il ricorso già depositato.

Il parere

La delibera di giunta pone all’avvocato Ventura due quesiti: di chi è il Teatro? quali sono la natura ed il ruolo del Consorzio?

Sia consentito rinviare alle osservazioni svolte su Carta libera (16 ottobre 1994) da chi ora scrive:

"A chi appartiene il Teatro Mercadante? E’ comunale o privato? Domanda ricorrente seppur in sé piena di limiti... il Teatro appartiene costitutivamente, culturalmente, emotivamente e funzionalmente alla comunità altamurana... Se solo si cessasse di parlare e di litigare sulle "cose", sulle "quattro mura" che formano un "recinto" ma non definiscono una proprietà o un bene. Se si ripercorressero, invece, le linee del ragionamento moderno e lungimirante seppur avviato un secolo fa dai nostri avi. Se, dunque, si ritornasse a discutere sugli obiettivi, sugli interessi della città, sul "bene" racchiuso nelle "quattro mura", sul contenuto e non sul contenitore, sulla funzione che qualifica una "cosa" e definisce un "bene". Ebbene, solo allora, si comprenderebbe che un Teatro come il Mercadante difficilmente riconducibile alle rigide categorie del "pubblico" e del "privato". Si potrebbe affermare di essere in presenza di un bene privato con funzioni ed interessi pubblici oppure, con formula perfettamente simmetrica ed altrettanto corretta, un bene pubblico su cui gravano interessi privati: la sostanza, però, non cambia. Il problema vero è allora quello... di capire come è possibile "raccordare interessi privati, collettivi e pubblici nel risolvere i problemi della ricostruzione e della futura gestione". Per fare questo è necessario inventarsi un luogo giuridico e, prima ancora, fisico in cui sia possibile far incontrare (per superarle, senza annientarle!) soggettività diverse (pubbliche, private, collettive) che si pongono come obiettivo quello di restituire il Teatro Mercadante alla sua funzione ed alla città".

Ma allora perché, dopo anni, ci si continua ancora a scervellare sulla questione della proprietà? perché ogni qualsivoglia dibattito si è claustrofobicamente aperto e chiuso su tale questione? perché si continua da anni a contemplare e circumnavigare tale questione ombelicare? Perché non si sono affrontate questioni come: quali risorse sono necessarie per il recupero e la piena funzionalità del Teatro? è possibile reperirle da fondi statali e comunitarii anzichè dalle casse comunali? come possiamo coinvolgere - memori dell’esperienza vissuta all’epoca dell’edificazione - l’intera città in un progetto di recupero e di gestione? come creare un soggetto giuridico che finalizzi la gestione di questo bene collettivo al progresso culturale, sociale ed economico della città e così contribuisca a dare una più civile e moderna identità al nostro territorio valorizzando professionalità e risorse in esso presenti? Ecco, perché non si è discusso di tutto questo, cioè del futuro?

Il problema

Nel consorzio si è imposta una linea di mera conservazione, anzi di affermazione dell’interesse egoistico dei singoli consorziati: cancellando un secolo di storia, contraddicendo leggi ed intere disposizioni del codice civile, venendo meno al compito che i loro nonni e bisnonni avevano loro affidato e stravolgendo il senso e la lettera di ben due statuti consorziali (quello fondamentale del 1895 e quello del 1955) gli attuali consorziati (poche decine di persone a fronte dei trecento che contribuirono economicamente alla costruzione del teatro) hanno preso a sostenere da qualche anno (precisamente dal 1993, hanno di adozione del loro ultimo statuto) che il teatro appartiene esclusivamente a loro, diviso in quote. Insomma, un condominio tra pochi intimi!!

A questa operazione l’opinione pubblica (semplici cittadini, associazioni, stampa locale) non poteva rimanere silente ed inerte: è significativo che nella più che secolare storia dei rapporti tra la città ed il consorzio, l’ultimo quinquennio risulta essere quello in assoluto più problematico e conflittuale. Il fatto è che lo statuto del 1993, a prescindere dalla sua dubbia validità e legittimità giuridica, ha profondamente segnato e compromesso i rapporti tra la comunità cittadina ed il consorzio. Anzi, in origine, nel 1895, il senso di una siffatta dualità non era nemmeno avvertito, né sottolineato: la città ed il consorzio era una cosa sola o, meglio, il secondo ("un consorzio fra tutti i cittadini allo scopo di edificare il teatro", art. 1 dello Statuto Fondamentale del 1895) era l’espressione più moderna, progredita e lungimirante della prima: erano i figli acculturati e certo benestanti di una città che cercava e vedeva nella realizzazione del Teatro un’occasione di riscatto culturale, civile ed economico. Gli scopi statutari di quel consorzio erano condivisi da tutti i cittadini: la realizzazione del Teatro e poi la sua amministrazione e conservazione. Quegli obiettivi saldavano il consorzio alla città ed alla sua comunità. Non v’erano ragioni per stare a discutere di chi fosse il teatro: serviva, quindi apparteneva alla città. Nessuno dei consorziati dell’epoca si è mai sognato di affermare la propria titolarità esclusiva su quote del teatro; a loro lo statuto riconosceva unicamente, quasi per deferente gratitudine, il diritto di palco o di poltrona, cioè il diritto ad essere preferito nella sottoscrizione degli abbonamenti stagionali (art. 10 dello Statuto del 1895).

Diciamola tutta: l’adozione dello statuto del 1993 con l’affermazione unilaterale del principio che "l’intero complesso appartiene... in comproprietà ai soli consorziati proprietari assoluti di palchi, poltrone e sedie, pro correlativa proporzionale quota" (art. 2, Statuto 1993) ha rappresentato il tentativo dei consorziati di capitalizzare l’impegno profuso in maniera disinteressata e filantropica dai loro antenati; come se la generosità fosse un bene frazionabile, monetizzabile e commerciabile. Quell’operazione, però, si è rivelata in fin dei conti un boomerang: non poteva e non può produrre gli effetti giuridici desiderati (in quanto atto unilaterale ed interno uno statuto non può costituire il titolo giuridico per un’autoattribuzione della proprietà di un bene, 0, 0); ha reciso definitivamente il cordone ombelicale che dopo un secolo continuava a legare in simbiosi stretta il consorzio alla sua comunità cittadina; ha infranto l’immagine che l’opinione pubblica aveva del consorzio, un gruppo di gente perbene che continuava in maniera disinteressata ad occuparsi della conservazione di un bene collettivo e della preservazione di un simbolo della memoria collettiva. E’ come se i soci dell’ABMC un giorno approvassero uno Statuto che sancisse l’appartenenza, pro quota, di tutto il suo patrimonio librario ai singoli soci: una follia!!

Nulla e’ come prima.... il prima ed il dopo a confronto

L’opinione pubblica cittadina si domanda ormai retoricamente: dove è il disinteresse personale? dove l’assenza dei fini di lucro in persone la cui unica premura in questi ultimi anni è stata quella di consacrare statutariamente un supposto ed esclusivo interesse sul teatro? Lo statuto del 1993 ha segnato il definitivo divacarsi delle finalità, delle idealità e delle strade del consorzio, da una parte, e della comunità cittadina dall’altra.

E’ per questo che ben undici associazioni e movimenti cittadini hanno impugnato e si sono formalmente opposti ad un’intesa che impegnava il Comune a versare, a fondo perduto, al consorzio un miliardo e mezzo della comunità ed a consegnare definitivamente ai consorziati la proprietà del Teatro divisa in quote. E’ per questo che il consorzio risulta essere isolato nella città, osservato con disincanto se non proprio con diffidenza. E’ per questo, e non a caso, che l’Amministrazione comunale ora si è posta la questione di chiarire "il ruolo e la natura del consorzio" (così si legge nella delibera di conferimento dell’incarico all’avvocato Ventura). E’ sulla base di queste oggettive circostanze e non di supposte strumentalizzazioni politiche che si spiega la sensazione di profondo isolamento giustamente avvertita dagli stessi consorziati quando lamentano che

"abbiamo subito e sopportato da vari anni gli attacchi indiscriminati e certamente infondati da parte di cittadini, di associazioni e della stampa locale riguardo alle vicende del Teatro Mercadante e al suo riattamento. Addirittura abbiamo visto affissi manifesti annunziante la morte del "Teatro Mercadante""

(Relazione del presidente del consorzio, avvocato Raffaele Caso, all’ultima assemblea del 21 marzo 1999, 0, 0);

o confessano, alcuni, che l’ultimo accordo con l’amministrazione comunale

"è già stato ratificato dall’Assemblea del Consorzio con voto favorevole unanime anche se per alcuni, tra cui i sottoscritti, molto sofferto"

(così nell’istanza presentata dai consiglieri comunali, nonché consiglieri di amministrazione del consorzio, Alfredo Striccoli e Francesco Viti).

I consorziati si sono davvero isolati non solo, per le ragioni anzidette, dal presente, ma anche dal loro stesso passato, quello di cui furono nobili protagonisti i loro antenati. Proviamo a raffrontare presente e passato nelle parole dei protagonisti, così come sono riportate in una serie di documenti sinora inediti e che sono stati da noi ritrovati dopo una non semplice ricerca presso la biblioteca dell’ABMC e dell’Archivio di Stato.

Le parole dei nonni...

"Nel presentare a questo rispettabile Consesso la domanda per la concessione del suolo, su cui dovrà sorgere il nuovo Teatro... è necessario illustrarla di tutte le ragioni, che hanno indotto il Comitato provvisorio a preferire il largo Panettieri... Questo dovere incombe a me quale componente del detto Comitato e quale ingegnere; per ciò sin dal primo sorgere di tale idea, vedendo la necessità di presentarsi al pubblico con proposte concrete, scevro di poesia, e con un certo piano finanziario, indispensabile a raggiungere la desiata meta, ho dovuto prima studiare con gli amici la ubicazione più conveniente e poi redigere un progetto di massima. Quindi il mio ragionamento non è empirico parto di sole considerazioni tecniche generali, ma di riflessioni intime speciali, per noi più importanti delle prime, giacché esse sono state il punto di partenza e la base fondamentale del nostro operato... I principali criterii intimi del Comitato sono di già riassunti nello statuto fondamentale redatto, che oramai è a conoscenza di tutti:

a) Commemorare cioè il 1° Centenario dalla nascita di F.S. Mercadante...

b) Dare immediatamente lavoro agli operai altamurani, visto che la maggior parte di essi è in ozio e priva dei mezzi necessarii di sussistenza; e questo è un bisogno impellente, al quale i rappresentanti la cittadinanza nel Consiglio Municipale devono assolutamente provvedere, qualunque sia lo stato della pubblica finanza.

c) In ultimo subordinare il progetto alla somma, di cui può disporsi, scrutinando tutti i mezzi capaci a fare il massimo possibile con la minima spesa"

(brano tratto dalla Relazione letta dall’ingegnere Vincenzo Striccoli, progettista del teatro, nella seduta del Consiglio Comunale del 15 gannaio 1895).

"... l’idea primogenita e fondamentale, sulla quale, ripeto, il Comitato preventivò tutto il piano finanziario, fu della ubicazione al Largo Panettieri... E’ questa l’unica zona che presenta senza molto pensare le più indiscutibili ragioni di economia. Essendo proprietà municipale e ricercata per un opera pubblica, può facilmente dalla munificenza dei nostri Amministratori essere ceduta senza alcun compenso e senza richiedere alcun indugio pel disbrigo di tutte le pratiche amministrative indispensabili: oltre di che si è sicuri di non essere ostacolati dalle Autorità superiori... Conchiudo col pregare caldamente le SS. LL. a voler concedere al Comitato tutta la zona quivi esistente... Ciò facendo saranno sicure di far opera grata a tutta la popolazionee degna del plauso e dell’unanime grido di evviva non solo da parte della stessa classe operaia, ma dei componenti il Comitato, i quali vedrebbero in tal modo realizzata quella idea, che fu creduta un’utopia, e coronati con esito felice i loro sforzi per dare ad Altamura un Teatro degno del posto, che essa dovrebbe occupare tra le altre città della nostra Provincia"

(Relazione dell’ingegnere Striccoli al consiglio comunale del 15 gennaio 1895).

"L’ingegnere Vincenzo Striccoli legge la sua relazione che al finire viene applaudita.

Patella: ... La relazione è stata fatta con tutta dottrina, con la massima accuratezza e ridonda ad onore del giovane Ingegnere che ritornato dai suoi studi prende a cuore una nobile iniziativa pel decoro della nostra Patria e per onorare un nostro sommo concittadino. Il compenso che va dato alla relazione dell’Ingegnere Striccoli è che la relazione medesima formi parte integrante del verbale della seduta odierna e che il Consiglio approvi tutto quanto in essa è detto, cioé si concedi il suolo domandato per il nuovo Teatro. La concessione si può fare perché non è nell’interesse privato... Si ritenga il Teatro il monumento dei monumenti.

Presidente (il Sindaco dell’epoca Pietro Priore, ndr). Dichiarerà che quando si cominciò a parlare di questa iniziativa la credette un’utopia; ora deve compiacersi col Comitato promotore che ha saputo vincere la patia (sic!) e l’avarizia della generalità dei Cittadini, portando un vantaggio ai poveri operai dissoccupati (sic) ed un lustro al Comune. Propone quindi un voto di plauso.

Il Consiglio approva."

(dal verbale della seduta straordinaria del consiglio comunale del 15 gennaio 1895 che deliberò la concessione del suolo comunale antistante la villa).

"Dopo tanto trepidare, ogni dubbio oramai si è dileguato; ciò che sino a ieri fu un pio desiderio per alcuni, un’utopia per altri, oggi è divenuto realtà. In un baleno, prima che la mente si fosse abituata ad accogliere questa idea, Altamura, mettendosi davvero sul cammino del progresso, volendo mostrarsi città che degnamente partecipa della moderna vita, getta come per incanto le prime fondamenta di un monumento della civiltà. Questo sorgere repentino di tale opera dell’arte non solo sarà per i nostri nepoti un esempio incancellabile di abnegazione cittadina, ma dimostrerà ad evidenza l’indole generosa del popolo Altamurano. In fatti, o Signori, sono appunto i monumenti, che rivelano a chiarissime note la storia ed il carattere di un popolo. Attraversiamo l’Italia dall’Alpi all’Etna, e dalle migliaia di monumenti, disseminati nelle cento città, avremo il quadro completo dei tempi che furono... Diversi per la nostra città sono i vantaggi che risulteranno dalla costruzione di questo tempio dell’arte. L’utilità materiale è troppo evidente, perché cade ogni momento sotto i nostri sensi. Il lavoro che si procura agli operai, tuttora disoccupati, è il vantaggio più immediato... Quasi tutti gli operai Altamurani sono disoccupati; li vediamo infatti da mane a sera, come tante larve, aggirarsi per le vie della città in cerca del necessario. Sono privi del nutrimento, patiscono la fame e con questa, voi lo sapete, non si ragiona. E’ dessa che fa scaturire inaspettatamente quelle tristi bufere, che sono causa di funeste calamità; il grido della miseria a lungo soffocato erompe a guisa di vulcano, e compie le più grandi rivoluzioni; gli ultimi fatti di Sicilia e di Massa - Carrara, il socialismo e quell’associazione tanto funesta, di cui siamo spettatori ai giorni nostri, l’anarchia, ne sono un esempio evidente. per apprestare un rimedio atto a prevenire questo morbo, che fortunatamente in Altamura si trova ancora nel periodo d’incubazione, noi del Comitato abbiamo creduto di farci iniziatori della costruzione di questo edifizio, il quale procurando il pane agli operai, segnerà una data memorabile di abnegazione cittadina nella storia di Altamura...

In questi tempi difficili, per le tristi condizioni economiche, che tutti deploriamo, ci parve ben ardua l’impresa; però i fatti hanno dimostrato il contrario; poiché il risultato delle noste richieste ha superato di molto le aspettative di tutti; nello spazio appena di due mesi col foglio di sottoscrizione si è raggiunto la somma di lire quaranta mila circa. Questo spontaneo concorso di tutti i cittadini dimostra ad evidenza che Altamura non rimane seconda agli altri paesi civili e, malgrado la crisi che attraversa, dà prove non dubbie di qualunque sacrifizio, quando il dovere ad essa s’impone"

(stralci del discorso tenuto il 25 marzo 1895, in occasione del collocamento della prima pietra del Teatro Mercadante, dal dottor Filippo Baldassarra, presidente del comitato promotore della costruzione del teatro: il testo del discorso fu pubblcato integralmente dal periodico gravinese "La Ginestra - Gazzetta Settimanale del Circondario" del 28 aprile 1895).

Il Teatro sorgeva grazie all’impegno economico e lavorativo di tutti gli altamurani; era il tempio dell’arte, il monumento di civiltà destinato al futuro ed al progresso della città, voluto e realizzato dai suoi cittadini. L’impegno e le risorse della città per il Teatro non cessarono, nel 1895, con la sua costruzione. Era il Teatro Cittadino, un patrimonio collettivo da salvaguardare ed incrementare; e non ancora la proprietà privata ed esclusiva di un ristretto manipolo di persone.

Il Consiglio comunale, infatti, non ebbe alcuna difficoltà il 2 luglio 1896 a deliberare "la cessione dei locali e suppellettili del vecchio al nuovo Teatro": tra il vecchio Teatro Comunale S. Francesco ed il nuovo era avvertita evidentemente un’inscindibile contiguità e continuità storica, culturale, funzionale e giuridica.

Nel 1899 fu avviata una nuova, dopo quella del 1895, raccolta di fondi tra i cittadini altamurani. In ballo vi erano le celebrazioni del primo centenario dei moti del 1799 e si rendevano necessari ulteriori lavori per il completamento della facciata del teatro; la città risponde, come al solito, generosamente:

"Circola da parecchi giorni per la città una commissione di cittadini allo scopo di raccogliere firme per offerte volontarie da servire al completamento della facciata del nostro teatro Mercadante. Ci viene assicurato che con poco lavoro hanno già raccolto oltre settecento lire, sebbene della suddetta commissione faccia parte qualche persona cordialmente antipatica alla maggior parte dei cittadini. Questo vuol dire che le offerte sono fatte per il vero scopo di finire il teatro e non per pura convenienza. Certamente qualcuno, firmando ripete fra sè il notissimo: "Non tibi sed Petro""

(riporta la notizia il periodico altamurano "Le Forbici", diretto da Cherubino Giorgio, nel numero 6 del 12 marzo 1899).

"Nella sua inaugurazione (17 settembre 1895, n.d.r.) fu pronto ciò che era indispensabile per la rappresentazione, la sala cioè ed il palcoscenico: di poi, in diverse volte, furono aggiunti altri locali, quali il vestibolo, l’atrio ecc. il tutto eseguito con sottoscrizioni suppletive"

(Giuseppe De Napoli, I Teatri d’Italia - Il Teatro Mercadante di Altamura, in Corriere delle Puglie, 8 e 9 febbraio 1913).

Le parole dei nipoti...

"Art. 2 - L’intero complesso, con ogni accessione, pertinenze e adiacenze appartiene al Consorzio e per esso in comproprietà ai soli consorziati proprietari assoluti di palchi, poltrone e sedie, pro correlativa proporzionale quota.

Art. 4 - Il diritto dei proprietri assoluti indicati nell’art. 2 è pieno e completo diritto di proprietà ..."

(articoli 2 e 4 dello Statuto approvato nel 1993 dai consorziati)

"Art. 2 - L’intero complesso, con ogni accessione, pertinenza ed adiacenza appartiene al Consorzio e per esso in comproprietà ai consorziati proprietari di palchi, poltrone e sedie, pro correlativa proporzionale quota.

Art. 4 - Il diritto dei comproprietari, indicati nell’art. 2, è pieno diritto di proprietà nella proporzionale quota"

(articoli 2 e 4 della Bozza di Statuto frutto della intesa raggiunta tra Amministrazione comunale e Consorzio nel febbraio scorso e contestata da undici associazioni cittadine).

Nota finale

Siamo sicuri che l’avvocato Ventura avrà modo ed argomenti per bocciare, nel suo parere, come infondate ed inconsistenti tali previsioni statutarie: è sufficiente sfogliare un qualunque manuale di diritto privato per ritrovare la chiara puntualizzazione che gli aderenti ad un ente associativo non a scopo di lucro (quale è il consorzio) non hanno e non possono vantare alcun diritto di proprietà sui beni del fondo comune.

Ma non è questo il problema: le contestazioni ed i suggerimenti di natura giuridica li abbaimo già ampiamente formulati nell’atto/ricorso depositato a maggio in Comune.

L’amarezza nasce invece dinanzi alla chiusura (dieci anni ormai!) ed al progressivo degrado del nostro Teatro; dinanzi allo scarto etico, culturale e giuridico che separa irrimediabilmente la gloria passata ed il presente.

"Animo, miei buoni concittadini Altamurani, - così il dottor Filippo Baldassarra concludeva il suo discorso, in occasione del collocamento della prima pietra del Teatro Mercadante - svegliamoci dal letargo che ci ha tenuti assopiti da molti anni. Se i nostri maggiori scolpirono col loro sangue nel 99 una pagina incancellabile nella storia, crearono questo tempio dell’istruzione, che sorge qui d’accanto, l’Asilo d’Infanzia e tanti istituti di educazione e di beneficenza, di cui va orgogliosa Altamura, non saremo al certo noi degeneri loro successori. Avanti adunque, dimentichiamo in questo momento le ire di parte e le fatali distinzioni di classi, continuiamo insieme l’opera con tanto ardore da noi iniziata, adoperiamo tutta la nostra energia per mandare a compimento questo tempio dell’arte, questo monumento della civiltà. E quando i più tardi nostri nepoti sapranno che questo edifizio, in un tempo di massima crisi economica, sorse per onorare la memoria di un insigne concittadino altamurano e per dar lavoro al popolo, che pativa la fame, mandandoci le più calde benedizioni, cercheranno anch’essi di fondare nuove istituzioni, procureranno anch’essi di dare incremento alla città di Altamura e renderla sempre più degna degli alti destini della novella generazione".

Appunto...


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