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Comunicato del ''Comitato per la difesa del Teatro cittadino" PDF Stampa E-mail
Scritto da altamura2001, 28-02-1999 18:35

Pubblicato dal periodico Piazza il 28 febbraio 1999.

* * *

La situazione

Il consiglio comunale e l’assemblea dei consorziati sono chiamati ora a esaminare e ratificare l’intesa sottoscritta dai rappresentanti dell’amministrazione comunale e del consorzio. La loro responsabilità morale e giuridica è grave e grande. Devono deliberare con l’urgenza che il degrado e la chiusura decennale dell’immobile immediatamente esigono. Ma hanno dinanzi una proposta ipocrita, contraddittoria e soprattutto giuridicamente illegittima, moralmente indegna ed irrispettosa degli interessi dell’intera città. Una proposta di soluzione che recepisce principi e falsità contro cui buona parte dell’associazionismo culturale (in primo luogo i periodici Carta Libera e Piazza) ha lottato, da quasi dieci anni, nell’indifferenza generale dei partiti.

Accordo illegittimo e nullo

Senza ipocrisie ed infingimenti, l’accordo che si vuol proporre è palesemente nullo sul piano del diritto civile ed illegittimo dal punto di vista amministrativo e contabile. L’intesa prevede che il Comune rilevi una quota pari al 30% della proprietà del teatro, acquisendo lo status di condomino al pari di tutti gli altri attuali consorziati. Dov’è la stranezza, la causa di invalidità? Per essere sufficientemente chiari ed obiettivi, ragionerò secondo tre differenti moduli argomentativi. Secondo un’opinione condivisa da molti, il teatro già appartiene alla città: fu edificato su suolo comunale e con le somme raccolte in una sottoscrizione cittadina promossa da un comitato di cittadini costituito per l’occasione. A quella sottoscrizione pubblica aderirono centinaia di persone che sapevano ed accettavano quanto stabilito nello statuto del comitato promotore e cioè: il denaro sarebbe stato destinato alla costruzione di un teatro cittadino; i sottoscrittori delle somme più consistenti, una volta edificato il teatro, avrebbero acquistato unicamente il diritto di palco o di poltrona (espressamente disciplinato dalla legge n. 1336 del 1939), vale a dire il diritto ad essere preferiti nell’acquisto degli abbonamenti stagionali, non dunque una quota della comproprietà del teatro; tra tutti i titolari di tali diritti sarebbe sorto un consorzio (l’attuale consorzio) a cui non era attribuita la proprietà del teatro, che restava alla città, ma unicamente il compito di "amministrare, gestire e conservare il teatro" (art. 1 dello Statuto). In altri termini, il consorzio nasceva e si faceva tutore della buona conservazione e gestione di un bene che restava definitivamente acquisito al patrimonio della collettività di cui è espressione il Comune. Che questo fosse il senso di tutta l’intelligente e lungimirante iniziativa è confermato da una circostanza marginale, ma non irrilevante: il sipario, di notevole pregio artistico stando anche al provvedimento ministeriale che a metà degli anni ‘80 ha sottoposto a vincolo storico-architettonico l’intero immobile, non era altro che quello proveniente dal precedente teatro comunale S. Francesco. Alla luce di questa ricostruzione storico-giuridica, è evidente che sarebbe del tutto illogico, oltrecché giuridicamente invalido, un qualunque accordo diretto all’acquisto, da parte del Comune, di una quota della comproprietà del teatro. Il Comune acquisterebbe una parte di una cosa già interamente sua.

Non tutti condividono questa ricostruzione

Proviamo allora a valutare l’accordo che si propone alla luce degli altri due schemi ricostruttivi a cui accennavo. Si può ritenere, a mio parere con sufficiente fondamento giuridico, che la proprietà dell’immobile spetti al consorzio, inteso però come persona giuridica, sebbene non riconosciuta, autonoma e distinta dai singoli consorziati. Sarebbe una sorta di fondazione di fatto o un’associazione che riunisce i titolari del diritto di palco. La proprietà unica ed indivisa, nemmeno pro quota, sarebbe di tale fondazione o associazione. Se così è, non è giuridicamente ammissibile un contratto diretto ad acquistare lo status di associato o di fondatore. In una fondazione, fondatore o lo si è dal principio, o non lo si è: non lo si può certo diventare per contratto, al massimo si può contribuire e sostenere dall’esterno e per puro spirito di liberalità l’attività della fondazione stessa. Ad un’associazione ci si può iscrivere, versando magari, se è prevista dallo Statuto, una quota associativa, ma certo non si può divenire associato comprando una quota delle proprietà dell’associazione. Ma diamine... un miliardo e mezzo: altro che quota associativa... nemmeno la Fiat versa una simile cifra alla Confidustria! In ogni caso, è nozione elementare del diritto civile che gli associati non possono vantare un diritto di comproprietà sui beni che costituiscono il fondo comune. Queste nozioni minime, i funzionari comunali preposti al controllo di legittimità degli atti amministrativi presumo che, se ricoprono quel ruolo, le sappiano ed allora... perché stanno avallando questa manovra, inducendo peraltro il Sindaco all’adozione di un atto palesemente nullo che lo esporrebbe a gravi conseguenze sul piano amministrativo e contabile? Eppoi, si tace una circostanza fondamentale e risolutiva: il Comune è già membro del consorzio e per di più, secondo lo statuto, un consorziato estremamente qualificato. Anche per questa via interpretativa, quindi, si approderebbe, con l’intesa raggiunta ed ora al vaglio degli organi assembleari, al peregrino risultato che il Comune acquisterebbe uno status che già gli è riconosciuto per statuto.

I consorziati ed anche la bozza di accordo parlano di un condominio

Alla luce di quanto ho detto, questa è proprio l’interpretazione più infondata ed inconsistente, nonostante i consorziati con una recente modifica statutaria abbiano tentato di accreditare. Non sta nè nel cielo, nè nella terra del diritto. E’ nozione, anche questa elementare, che uno statuto ha un’efficacia meramente interna ed ovviamente, nei confronti dei terzi (in questo caso di un’intera città), non può costituire di per sé un titolo di acquisto o proprietà. Il titolo, in questo caso, è costituito sia dallo statuto originario a cui i sottoscrittori dell’epoca aderirono, sia dalla convenzione con cui il Comune concesse l’uso del suolo di sua proprietà per l’edificazione del teatro. Allora come oggi, era chiaro che i singoli associati o fondatori che dir si voglia divenivano titolari unicamente del diritto di palco, non di una quota della comproprietà del teatro.

Pericoli ed ambiguità dell’intesa

Un’amministratrore pubblico può decidere, se le leggi lo consentono (ma non credo proprio!) e se in tal modo ritenesse di perseguire un interesse collettivo, di concedere a privati cittadini soldi pubblici. Ciò che sicuramente non può fare è contrabbandare la regalia per un contratto, invalido giuridicamente e patrimonialmente svantaggioso per il Comune. Il vero pericolo è che il Comune, con l’accordo in esame, andrebbe a legittimare, ora e per sempre, una situazione infondata giuridicamente e non corrispondente a quella determinata un secolo fa’: una situazione che, semplicemente, non esiste. Eppoi, ragioniamo solo per un attimo e per assurdo come se effettivamente ci trovassimo dinanzi ad un condominio e domandiamoci: perché il Comune, disposto ora a rilevare il 30% della proprietà, non chiede alla sua controparte, i consorziati, di esibire il proprio titolo di proprietà, cioè non verifica, come fa chiunque voglia acquistare qualcosa, se chi vende è effettivamente proprietario? Inoltre, se si tratta, come sostengono, di un condominio mi sembra logico, anzi indispensabile, che prima di acquistarne una quota si conosca e sia disponibile uno stato di riparto dell’attuale proprietà, cioè, come in tutti i condominii, una tabella millesimale da cui si desuma la ripartizione delle quote di proprietà dei singoli consorziati e la eventuale presenza di quote libere e disponibili all’acquisto: non si può certo acquistare alla cieca. Ed ancora e sempre se ragioniamo in termini di condominio, il Comune, essendo già consorziato per aver tra l’altro concesso il suolo ed il sipario, vanta già la proprietà di una consistente quota di quel condominio: ne deriva che il Comune, ad esito dell’accordo, dovrebbe risultare proprietario di una quota pari alla somma di quella già attualmente detenuta e della nuova pari al 30 %. Perché dunque si trascura, nell’accordo, che il Comune è già titolare di una quota? Perché si trascura che qualche consorziato, come l’avvocato De Stefano, si è mostrato disponibile a donare la propria quota al Comune?

Soluzioni alternative

La realtà è che si vuol ridurre il tutto ad una anacronistica contrapposizione pubblico/privato. La moderna realtà giuridica, al contrario, offre soluzioni che consentono efficacemente di comporre quell’apparente contrasto. In tutti questi anni non siamo stati disponibili a portare avanti una battaglia di retroguardia: abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere il minimo: il rispetto delle leggi e dell’interesse collettivo, non la penalizzazione dell’interesse privato. L’assessore alla cultura è tenuto, per legge, alla cura dell’interesse generale ed è lui, quindi, che deve spiegare perché deve essere il Comune a sborsare un miliardo e mezzo per un teatro che i consorziati continuano a sostenere di essere di propria esclusiva proprietà e disponibilità. La contraddizione è la sua e della maggior parte dei consorziati: si riempiono la bocca di libero mercato e di libera proprietà privata nel mentre non hanno nessuna remora a svuotare le casse comunali. E se l’assessore, in perfetta buona fede credo, considera quello che ha sottoscritto sia un "buon affare" per il Comune, voglio ricordare a lui, che è un uomo di destra, che leggi del periodo fascista in materia di teatri gli consentirebbero di acquisire l’intera proprietà del teatro con la stessa cifra che ora è disposto a versare per il 30% della proprietà, e che leggi varate recentemente da Veltroni gli consentirebbero di restaurare il teatro cittadino con fondi statali; per non parlare della possibilità di far ricorso a fondi comunitari disponibili per questo settore. Il fatto è che non si sono volute considerare altre soluzioni che pure avrebbero consentito agli stessi consorziati di essere, sotto certi aspetti, maggiormente tutelati: una fondazione, come suggerimmo alcuni mesi fa’, o, seguendo l’interessante soluzione adottata per il Politeama di Prato (con i cui responsabili siamo in contatto), una società ad azionariato popolare in cui un terzo delle azioni potrebbe essere riconosciuto di diritto agli attuali consorziati, un terzo potrebbe essere sottoscritto dal Comune ed il restante terzo destinato ad un’offerta pubblica di vendita. Una soluzione di questo tipo consentirebbe, ad un tempo, di riconoscere il ruolo storico avuto dai consorziati (che si ritroverebbero in mano non un evanescente ‘diritto di palco’, ma azioni liberamente disponibili e facilmente convertibili in denaro, 0, 0); di recuperare liquidità ben maggiori del miliardo e mezzo messo a disposizione del Comune, in quanto un altro miliardo e mezzo si ricaverebbe dall’offerta pubblica divendita; e, soprattutto, consentirebbe di coinvolgere, esattamente come avvenne un secolo fa’, l’intera città alle sorti presenti e future del Teatro. Sarebbe, questa, un’operazione di alto livello giuridico e, soprattutto, di altissimo profilo civile e culturale, di cui l’amministratore pubblico dovrebbe farsi doverosamente promotore e di cui potrebbe andare legittimamente fiero.

Le reazioni dei partiti

Il quadro politico cittadino è davvero allarmante. I partiti e le istituzioni si sono ridotte a casse di risonanza attraverso cui maturano carriere e si affermano personalismi di vario genere. Ipocrisie e contraddizioni non vengono più nemmeno dissimulate. Penso anche, ad esempio, ad autorevoli esponenti dell’opposizione di centro-sinistra così sinceramente indignati nella denucia della superficialità e vessatorietà di certi censimenti comunali in materia di tasse, che miracolosamente ritrovano la pace interiore quando, in veste di consorziati, approvano un accordo che - sanno bene - causerà un esborso ingiustificato di denaro pubblico. Da nessun versante politico, nonostante le sollecitazioni di singoli ed associazioni, si sente l’esigenza di affermare un principio ed un’idea profondamente radicati, invece, nella coscienza collettiva cittadina, oltrecché nella legge. Il principio: la soluzione di problemi di natura collettiva, come la presenza e la funzione di un teatro cittadino, e la gestione di interessi diffusi devono vedere la partecipazione ed il coinvolgimento dei diretti interessati, vale a dire i cittadini, gli amministrati, sistematicamente e spudoratamente invocati solo nelle occasioni elettorali e di propaganda. L’idea: poiché è stato edificato, un secolo fa’, grazie ad una mobilitazione cittadina generale, il Teatro appartiene, ora come allora, alla città. Si tratta allora solo di tradurre il senso di quell’appartenza collettiva in una moderna forma giuridica, capace di attirare nuovi apporti finanziari e di valorizzare le molteplici, a volte preziose, risorse umane disponibili, attualmente impegnate nel campo culturale ed artistico nelle necessitate forme di un anacronistico spontaneismo e dilettantismo. Questo, non me ne vogliano i professionisti della politica locale è un compito prettamente affidato alla politica ed all’amministrazione della cosa pubblica: organizzare le risorse per fini comuni, schiodare i singoli dai lori frustranti isolamenti ed egoismi per renderli partecipi di una dimensione altra, eppure comune a tutti. L’interesse di tutti deve interessare davvero di tutti.

(a cura di enzo colonna)


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