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Teatro Mercadante: un accordo nullo? PDF Stampa E-mail
Scritto da altamura2001, 25-12-1998 18:33

Articolo pubblicato dal periodico Piazza (25 dicembre 1998).

* * *

Il Comune verserebbe 1.500 milioni al Consorzio
per contare meno del due di bastoni

Teatro Mercadante:
un accordo nullo…

di enzo colonna

Pochi sapranno che l’Amministrazione comunale, in particolare su iniziativa ed opera dell’assessore Vito Marvulli, ha da mesi avviato una trattativa con il Consorzio Teatro Mercadante per risolvere il problema della chiusura (ormai quasi decennale) del teatro. Ancor meno persone avranno appreso che un’intesa è stata raggiunta. A dire il vero si tratta di un accordo che, per ora e finché non verrà ratificato dal consiglio comunale e dall’assemblea dei consorziati, non impegna nessuno, nemmeno i quattro gatti che senza alcun reale potere di rappresentanza vi hanno aderito. Ci sarebbe da discutere su certi metodi adottati a più livelli (Comune, partiti, associazioni...) per affrontare e risolvere questioni che hanno una rilevanza collettiva; ma tant’è, prendo atto che la realtà politica e civile di Altamura non concede spazio all’idea di un’attività amministrativa partecipata (vale a dire, che veda coinvolti i diretti interessati nei processi decisionali che li riguardano) e non offre motivi per nutrire una ragionevole speranza di cambiamento.

I silenzi sono significativi. Ricorro a facile retorica, ma non credo di esagerare, dicendo che il silenzio, sotto cui e da ogni versante politico si sta facendo passare l’accordo, fa venire alla mente quello proverbiale di cui approfittano i ladri notturni. A ben vedere, di un furto (non ancora consumato) ai danni della collettività si tratta. L’intesa raggiunta impegnerebbe il Comune di Altamura ad acquistare, per un miliardo e mezzo, un terzo della proprietà del teatro; con tale somma (che, invero, sarebbe più che sufficiente ad espropriare tutto il Teatro), il Consorzio potrebbe avviare quei lavori minimi ed indispensabili, che non è stato in grado di effettuare in tutti questi anni con risorse proprie (private!), per l’adeguamento dell’immobile alle misure di sicurezza ed alla risistemazione forse di qualche intonaco e di qualche poltroncina di modesta qualità. Non altro, dicono gli esperti, è possibile effettuare con quella cifra, a fronte di un teatro che, chiuso da dieci anni, avrebbe bisogno di interventi ben più radicali e costosi. Solo che il teatro fosse nelle mani del Comune, sarebbero disponibili molti finanziamenti statali che recenti leggi (proposte da Veltroni) assicurano sia per le ristrutturazioni che per le attività teatrali.

Il problema non è però questo o, meglio, non è solo questo. In realtà, ciò che ci vogliono propinare come un acquisto (un terzo del teatro!), non è altro che una donazione senza ritorno da parte del Comune (cioè, tutti noi) a favore dei consorziati, che non sono disposti a tirare fuori una lira.

Dico subito che un accordo del genere solleva fondati e gravi dubbi di legittimità giuridica, contabile ed amministrativa. Non penso, a dire il vero, che i trenta consiglieri di maggioranza ed opposizione, siano così folli da ratificarlo in consiglio comunale: il rischio è che la Corte dei Conti li condanni a tirare dalle proprie tasche almeno cinquanta milioni a testa.

Infatti le domande a cui l’assessore Marvulli ed il dott. Leto, rispettivamente l’autorità politica ed il responsabile amministrativo più direttamente coinvolti nella vicenda, non vogliono o non sono in grado di rispondere sono due:

  1. perché il Comune dovrebbe acquistare un terzo dell’immobile, condannandosi a svolgere, in futuro e nella gestione del teatro, un ruolo di eterna ed irrilevante minoranza nel consiglio di amministrazione e nell’assemblea del consorzio?
  2. che cosa realmente compra e, soprattutto, è sicuro di acquistare dai reali proprietari?

In ordine al primo quesito, è il buon senso comune (di imprenditori alle prese con l’acquisto di un’azienda, padri e madri di famiglia alle prese con l’acquisto della casa per la figlia, giocatori di lotto e lotterie alle prese con le quote, casalinghe impegnate nella lotta quotidiana con gli altri condomini…) a dire che è assolutamente illogico acquistare per un terzo una cosa non frazionabile di cui non si può godere (nemmeno per un terzo), di cui non è possibile determinare (perché in minoranza) l’impiego e la destinazione. Faccia un passo avanti chi è disposto ad acquistare, ad esempio, la quota di terzo di un appartamento, sapendo che il proprietario dei restanti due terzi continuerà ad abitarci e, a piacimento, potrà decidere di concederlo in locazione? Chi è disposto ad acquistare la quota di un terzo di una schedina, sapendo di non poter profferire parola sul 2, inopinatamente dato dal titolare delle altre quote, al Bari che gioca in casa e, soprattutto, di non poter controllare la scheda madre per verificare se si è fatto tredici o no? Sono quelle situazioni paradossali di condominio che si determinano, ad esempio, quando dal povero nonno defunto i tre nipoti ereditano i due tomoli di terra: un bel guaio far fronte ai famelici titolari degli altri due terzi che si sono coalizzati per fregare il terzo!

Tanto vale chiamare le cose con il loro nome: questa storia dell’acquisto di un terzo del teatro sembra inventata di sana pianta per far digerire ai poveri ed utili idioti (che pagano oneri di urbanizzazione, tasse e balzelli comunali, e per di più alle prese con gli odiosi ed illegittimi accertamenti fiscali disposti dal Comune) un vero e proprio finanziamento a fondo perduto a favore di uno sparuto manipolo di trenta persona. Se questa è la politica culturale e di investimenti che l’Amministrazione intende da ora in poi perseguire, sarà bene, da domani, presentarci in Comune e proporre la vendita di quote (non al di sopra di un terzo) dei nostri appartamenti fatiscenti, delle nostre aziende in dissesto: possiamo stare tranquilli, il Comune ci finanzierà i necessari interventi di ristrutturazione o di investimento, e noi, dall’alto dei nostri due terzi, continueremo comodamente ad abitare i nostri appartamenti ristrutturati o a gestire le nostre aziende risanate. Risultato: 1- 0; anzi, rispettando le quote, 2 —1 per i furbi.

Veniamo ora al secondo quesito. Il codice civile, oltreché la logica comune, dispone che un contratto (di compravendita, ad esempio) è valido se il suo oggetto è possibile, lecito, determinato o determinabile; in più, per poter acquistare validamente ed efficacemente è indispensabile che chi vende è davvero il legittimo titolare del bene venduto. Sono rispettate le due condizioni nell’accordo in esame? Pare proprio di no. Ed il notaio che si dovesse prestare alla stipula di un atto palesemente nullo andrebbe incontro a sicure sanzioni disciplinari.

Per tentare di essere chiari sul punto, ricorro ad un’argomentazione schematica:

  • Il teatro è stato edificato alla fine del secolo scorso su un suolo di proprietà comunale. Il Comune, con una convenzione, concesse ad un comitato l’utilizzo del suolo per la sua costruzione. Il comitato cittadino si fece promotore di una pubblica sottoscrizione a cui aderirono circa trecento altamurani. Non solo il suolo, ma anche il sipario è di proprietà comunale, trattandosi di quello proveniente dal Teatro Comunale S. Francesco andato poi distrutto. Chi sottoscriveva, versando una somma di denaro, aderiva ad un regolamento statutario che prevedeva a favore dei sottoscrittori non l’acquisto della proprietà di una quota del teatro, ma il solo diritto di palco o di poltrona, cioè il diritto di essere preferito nell’acquisto dell’abbonamento stagionale relativo a quel palco o poltrona.
  • Tutto ciò era perfettamente chiarito nello Statuto originario, l’unico che rileva giuridicamente in quanto l’unico conosciuto e sottoscritto da coloro che versarono realmente le quote di denaro per la costruzione del teatro. Peraltro, due leggi degli anni trenta hanno disciplinato in modo altrettanto chiaro il diritto di palco, che veniva distinto dal diritto di proprietà che poteva ben spettare ad un altro soggetto (pubblico o privato). Solo con una modifica statutaria recente (1993), i consorziati (circa 70 persone, delle quali la maggioranza ormai disinteressati alle vicende del teatro: è evidente che i 70 sono gli eredi solo di alcuni dei trecento originari sottoscrittori) si sono proclamati, in modo del tutto unilaterale ed arbitrario, proprietari esclusivi in condominio del teatro. A questo proposito è sufficiente rilevare un’evidente contraddizione. Delle due l’una: o, come dicono nell’ultimo statuto, sono proprietari pro quota, ed allora non si capisce come possano con un tratto di penna o con una clausola statutaria tagliare fuori tutti gli altri eredi (300 — 70 = 230), seppure assenti o sconosciuti, trattandosi di un diritto (la proprietà) imprescrittibile e non violabile con una regola statutaria, che, nell’ipotesi, sarebbe palesemente nulla. Oppure i singoli consorziati, come disponeva chiaramente lo statuto originario e come in effetti è, non sono in realtà proprietari di quote, ma semplici associati a cui è riconosciuto unicamente quella preferenza nell’acquisto dell’abbonamento stagionale. Nulla di più.
  • Un’ultima precisazione è necessaria dal punto di vista ricostruttivo. Al Comune di Altamura, in quanto concedente il suolo, ed all’ingegnere Striccoli (quindi ai suoi eredi), che aveva progettato gratuitamente il teatro, era riconosciuta la proprietà piena rispettivamente del palco centrale (di rappresentanza) e di una poltrona. Il Comune, dunque, è già un membro (qualificato) del consorzio.
Tornando al profilo della validità o meno dell’acquisto di una quota pari ad un terzo, dal quadro storico-giuridico sommariamente descritto si ricava che: a) se si ritiene, come fanno inopinatamente ed ingiustificatamente gli attuali consorziati, che i singoli consorziati siano proprietari pro quota o condomini dell’edificio, il Comune (esso stesso consorziato di prima classe) non può acquistare un terzo di una cosa di cui esso stesso è già, pro quota, proprietario; b) se, invece, più correttamente si ammette che i singoli non siano proprietari di un bel nulla, ma siano semplici membri di un associazione non a fini di lucro o, a mio parere, componenti di una fondazione (di fatto) a cui era ed è da riconoscere un semplice diritto di palco o poltrona, il Comune non può acquistare, con denaro (un miliardo e mezzo), uno status di associato (o componente di tale fondazione) che già gli è riconosciuto dallo Statuto e dalla convenzione stipulata all’epoca; né può acquistare, per la bella cifra di un miliardo e mezzo, il solo diritto o capriccio di contare di più (da 1/70 a 23/70, cioè contare un terzo). Sarebbe come se al circolo del tresette avessero bisogno di denaro liquido per effettuare dei lavori di pitturazione della sede e proponessero a Silvio di versare un po’ di soldi all’associazione in cambio dell’impegno a considerare il suo voto due volte quello di Onofrio, nel momento in cui, nell’assemblea degli associati, si dovesse decidere se comprare la birra Peroni anziché la Raffo. E’ bene ricordare che lo status di associato (o di componente di una fondazione) è condizione ben diversa da quella di socio di una società commerciale o di condomino di un edificio, in cui la quota corrisponde esattamente alla misura dell’apporto patrimoniale iniziale o del titolo di proprietà individuale.

Una volta escluso che si possa parlare di una proprietà ripartita in quote tra i singoli consorziati e considerato il consorzio un soggetto giuridico che riunisce i titolari del semplice diritto di palco (o poltrona), resta da domandarsi: chi è il proprietario del teatro? Il quesito non è facilmente risolvibile, le risposte possibili sono due: o si ritiene il teatro in proprietà indivisa, nemmeno pro quota, del Consorzio, inteso però, si è detto, come soggetto giuridico autonomo e distinto dai singoli i quali, si ripete, non sono proprietari di nulla; oppure lo si considera di proprietà della città, quindi del suo ente esponenziale che è il Comune. Giuridicamente, la questione è complessa, ma fa piacere ricordare la gloria e la lungimiranza che fu’ dei nonni e bisnonni. Un secolo addietro, si proposero di fare qualcosa per la città, quindi per se stessi; sottolinearono, nello statuto, che la città aveva bisogno di un teatro, di un luogo di cultura per gli altamurani; si impegnarono a raccogliere e versare denaro e si obbligarono, anche contrattualmente, con l’amministrazione dell’epoca a rivolgersi ad un’impresa di costruzioni altamurana, a ricorrere alla manodopera altamurana, a coinvolgere, insomma, in quella loro idea l’intera città: e così fu’, se si pensa alle circa 300 sottoscrizioni, al numero di artigiani ed operai impegnati nei lavori, al suolo ed al sipario che furono concessi dal Comune… Mi piace pensare allora, e forse il diritto milita a favore di queste interpretazioni, che il teatro fu costruito per la città. Un esempio mi sembra più efficace di tante argomentazioni giuridiche e - sembrerà strano, ma questa città vive di queste incomprensibili contraddizioni — mi è stato suggerito proprio dal nostro Sindaco in occasione di una recente e piacevole conversazione, del tutto informale, sull’argomento. A me, che discettavo in punta di diritto, mi fece osservare: "E’ quanto è avvenuto per Padre Pio". Scusi, Sindaco, che c’entra Padre Pio? "Eh sì, parlo della statua di Padre Pio che abbiamo eretto vicino alla Consolazione. Mi attivai con un gruppo di altri fedeli e costituimmo un comitato: raccogliemmo soldi e contributi, chiedemmo l’autorizzazione al Comune trattandosi di suolo pubblico e riuscimmo nell’impresa. La statua è lì". E quindi? "Insomma, mica noi diciamo che la statua è nostra, magari in condominio!". Bravo Sindaco! Trenta e lode in diritto privato, ma se vuol meritarsi un altro trenta, per il Teatro Mercadante, dovrà cambiare programma di studi e soprattutto professori.


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