|
Eccolo lì, il Mostro.
Guardatelo bene, non lasciatevi ipnotizzare dalla fissità del suo sguardo: dietro quegli occhi ottusi, quell’atteggiamento remissivo da ritardato c’è la bestia, un animale perso in una città così simile a lui, indifferente e vogliosa, fintamente generosa e intimamente primitiva e crudele. Un mostro uguale a tanti altri, a tutti quelli che abitualmente calpestiamo, ignoriamo, insultiamo, che ci chiamano “padrone� e “signora�, stupidamente ossequiosi. E allo stesso tempo capace di covare rancore per noi, perché il mondo è diviso in due: da una berlina bianca può scendere una pletora di pidocchiosi, fantasmi lerci e svagati oppure una famiglia perbene, le bambine smaliziate, i figli annoiati sempre pronti a gavazzare, a umiliare i servi che zitti sopportano.
Tu invece eri stanco di sopportare e desideravi quel che noi ostentiamo, pelle fresca e denaro. Ci hai provato goffamente: hai rapito il neonato di una disperata per cavarle due lire, spii bramoso la carne liscia e chiara delle nostre figlie sperando in una scopata. Non potevi certo accontentarti di una moglie sinceramente devota ma incredibilmente grassa e stolida. Eppure per quelli come te sono stati inventati i riti. Non ti rassicurava scimmiottare le parate, col maestoso garrire della bandiera e la sempre uguale ritualità militare? Non ti consolavano le processioni, i crocifissi nel cielo, gli inni, la mortificazione esibizionista del corpo? Non ti appassionavano le messe pagane del calcio, l’idolo straniero, gli stadi pieni e festosi? Lo sappiamo: è difficile riempire il vuoto che hai dentro con altro vuoto.
O forse avevi intuito. Eri stato sfiorato dalla sacralità del gesto erotico e per un attimo hai avuto l’impressione d’essere visto. Il tuo unico desiderio era riposto sulle labbra di una ninfa: speravi che una creatura talmente bella non provasse repulsione per te ma che anzi fosse persino disposta a suggere dal tuo membro per mostrarti la sua dedizione.
Non avevi capito. Eri soltanto un capriccio, un diversivo dall’apatia, nelle mani di una bambina eri un bambolotto con cui giocare e poi da buttare. Hai perso tutto, schiacciato dai sensi di colpa: quel briciolo di dignità che avevi se ne è andato inzuppandoti i pantaloni, non ti resta neanche l’illusione del sogno. E per la prima volta hai reagito.
Ora noi, i benpensanti, puritani e moralisti, noi, così puliti e ben pettinati, dobbiamo giudicarti e condannarti. E dire che prima non avremmo avuto neanche il fastidio di emettere un verdetto: la tua sentenza era già stata scritta alla nascita. Ci hai costretti ad accorgerci della tua esistenza e non possiamo perdonartelo. Ci hai solo fornito un motivo in più per provare disgusto per te e per la tua ferinità .
|