Un’altra Murgia Avvelenata su IndyMedia.org e su Carabinieri.it

Potete leggere il testo di IndyMedia cliccando qui.

Quello dei carabinieri cliccando qui. e comunque lo riportiamo qui di seguito.

Gli artificieri
delle bombe ecologiche

Le discariche abusive rappresentano un pericolo
serissimo per la salute della popolazione. In tutto il Paese sorgono
come funghi, controllate spesso dalle ecomafie che guadagnano
milioni di euro con il commercio dei rifiuti, soprattutto quelli
ad alta tossicità . Per fortuna ci sono i carabinieri del
Nucleo Operativo Ecologico, sempre pronti ad intervenire

Un controllo sullo smaltimento illecito dei rifiutiLa
storia che andiamo a raccontare comincia con una colonna di fumo
che si leva alta nella campagna pugliese. Siamo sull’altopiano
delle Murge, dalle parti di Santeramo in Colle, un paesone in
provincia di Bari noto per essere la capitale italiana dei salotti.
Qui si producono e si esportano in tutto il mondo poltrone e divani,
un esempio da manuale di un Sud che funziona. Santeramo è
una cittadina tranquilla, dinamica e moderna. E soprattutto è
così diversa dall’immagine stereotipata del paese
del sud, arretrato e depresso.

Ma proprio perché è una realtà 
tranquilla, quella colonna di fumo, che ammorba l’aria, allarma
molti. All’epoca dei fatti ”“ aprile 2001 ”“ un lezzo
insopportabile comincia così a spandersi tutto intorno.
Passano poche ore, e quando, in seguito a una segnalazione, i
carabinieri della locale Stazione si recano sul luogo trovano
una realtà  inattesa: all’interno di una tenuta di
quattro ettari, ufficialmente sede di un’azienda florovivaistica,
quella che sembra una vera e propria discarica di rifiuti sta
andando a fuoco. Invece del profumo di violette e gelsomini, in
quel luogo consacrato alla natura ci si scontra con un muro d’aria
soffocante.

L’odore acre del fumo rende difficile la
respirazione e fa lacrimare gli occhi dei militari, che devono
tenersi prudentemente a distanza di sicurezza. Poche ore dopo
i carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Bari, allertati
dai colleghi della territoriale, arrivano sul posto. L’incendio
non è ancora del tutto domato. Dai primi rilievi si deduce
che si tratta di una discarica di rifiuti speciali, una discarica
abusiva, priva di ogni autorizzazione e di ogni controllo. È
quella che viene definita una “bomba ecologica”?. E così,
in breve, sull’intera area vengono posti i sigilli. Fatto
ciò, quel pezzo di sperduta campagna pugliese ripiomba
nel solito silenzio, rotto appena dai grilli e dalle cicale.

Tutto sembra tornare nella normalità ,
tutto lascerebbe pensare a una classica, per quanto illecita,
attività  di routine che si ferma lì. Ma proprio
da questo momento comincia un’attività  investigativa
molto complessa. Seguendo a ritroso i fili che portano all’origine
dei carichi di rifiuti speciali, comincia ad essere ricostruita
la fitta trama delle spedizioni su e giù per l’Italia.
Si scopre così che un camion partito dalla Liguria, passando
per Roma, ha raggiunto la Puglia, dove ha scaricato, come fosse
normale concime, il suo carico su un terreno agricolo.

Ad occuparsi dell’indagine, che si allarga
ogni giorno di più, è la Sezione Operativa Centrale
del Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente. Ed è
proprio a Roma, nelle stanze della grande caserma bianca sulla
via Aurelia, che il piano teso a sgominare quella che sembra una
banda di professionisti nel traffico di rifiuti viene sviluppato.
Ormai è passato un anno da quell’incendio nella campagna
pugliese e le indagini corrono sempre più veloci: gli indizi
si trasformano in prove schiaccianti.

Il business intercettato ha sicuramente un fatturato
di svariati milioni di euro. Il trucco è ingegnoso e i
carabinieri dell’ambiente riescono a ricostruirlo con precisione.
Si parte dai produttori di rifiuti, per la maggior parte aziende
siderurgiche e conciarie del nord Italia, che pagano ad alcune
società  specializzate il prezzo stabilito per lo smaltimento
legale del rifiuti tossici, che quindi dovrebbero essere resi
inerti prima di essere smaltiti in appositi siti controllati.
Invece i carabinieri accertano che l’organizzazione criminale
che gestiva lo smaltimento non faceva niente di tutto questo.
Modificava soltanto le bolle di accompagnamento dei carichi di
rifiuti speciali, e così i fanghi contenenti elevate concentrazioni
di metalli pesanti, altamente inquinanti, diventavano con un semplice
tratto di penna ammendanti o fertilizzanti.

È con questa dicitura che, da un centro
di stoccaggio umbro, i rifiuti tossici raggiungevano le aziende
agricole o le fornaci pugliesi per la produzione di laterizi.
Qui, con la connivenza dei titolari, i rifiuti venivano scaricati
in angoli appartati, ma spesso venivano riversati su terreni destinati
alla coltivazione. Intercettando gli indagati, i carabinieri dell’ambiente
scoprono che l’organizzazione criminale si occupava, tra
l’altro, di contattare piccole società  in difficoltà 
economica, che in cambio di denaro accettavano di smaltire i rifiuti
speciali.

E così, dopo un lavoro certosino di ricostruzione,
allo scadere di un anno intenso d’indagini, le prove che
si accumulano sul tavolo del magistrato sono così pesanti
da far scattare quasi automaticamente l’innovativo articolo
53 del “decreto Ronchi”?, che prevede l’arresto
per gli inquinatori dell’ambiente. All’alba del 23 aprile
scorso scatta quindi l’operazione “Murgia Violata”?.
Gli uomini del Comando per la Tutela dell’Ambiente e del
Comando Provinciale di Bari si presentano a casa degli indagati
con 6 mandati di cattura e 22 denunce a piede libero. Quando poi
i carabinieri giungono nuovamente davanti ai cancelli del vivaio
di Santeramo in Colle si accorgono che i sigilli sono stati tolti
e che l’attività  della discarica, seppure in modo
molto più discreto, è continuata.

Il risultato dell’inchiesta è clamoroso:
nelle discariche abusive e nei terreni agricoli del barese sono
finiti i fanghi del comparto toscano di una conceria, i fanghi
industriali di impianti di depurazione di Lazio e Toscana, le
scorie e le polveri di abbattimento dei fumi di industrie siderurgiche
della Lombardia e del Veneto, pneumatici triturati provenienti
dalla Campania, rifiuti prodotti da operazioni di bonifica di
siti inquinati, terre disoleate della Liguria e dell’Umbria
e, infine, trasformatori contenenti olio contaminato da PCB (policloruro
bifenile).

Ispezioni ad un sito adibito a stoccaggio di rifiuti ecologiciDalle
indagini emerge inoltre che gli arrestati falsificavano documentalmente
la natura dei rifiuti da smaltire: si incontravano nelle aree
di servizio dell’hinterland barese e alteravano la documentazione
di trasporto e di accompagnamento. Secondo i carabinieri, nell’arco
di un anno gli arrestati avrebbero smaltito nella provincia di
Bari ”“ soprattutto a Santeramo in Colle, Valenzano, Corato
e Modugno ”“ su terreni destinati alla coltivazione di prodotti
agricoli, decine di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali,
spacciandoli spesso come ammendanti. «Dopo aver abbandonato
i rifiuti», sottolineerà  durante la conferenza stampa
il Sostituto Procuratore della Repubblica di Bari Renato Nitti,
«gli indagati avrebbero, in molti casi, fatto arare o spianare
il terreno per coprire l’attività  illecita commessa,
senza mai curarsi del fatto che i rifiuti speciali smaltiti contenevano
elevate concentrazioni di metalli pesanti, tutte altamente inquinanti
e bioassimilabili come cromo, cadmio, nichel e piombo».

Insomma, la realtà  pazzesca che emerge
dall’indagine dei Carabinieri è che prodotti inquinanti
e dannosi per la salute sono stati utilizzati come materie prime
per concimare la terra, oppure per fabbricare mattoni. E quello
che non poteva essere riciclato veniva seppellito anche in aree
sotto vincolo idrogeologico, oppure sul ciglio delle strade di
campagna. Alla fine della giornata, i carabinieri sequestreranno
due terreni riconducibili ad aziende operanti nel campo della
gestione dei rifiuti (uno a Bari e uno a Mola di Bari), due aziende
agricole (ad Andria e a Corato), l’azienda florovivaistica
di Santeramo in Colle, una discarica abusiva di Adelfia e tre
autoarticolati.

Ulteriori particolari inquietanti si aggiungono
poi all’inchiesta: larga parte dei rifiuti sarebbe stata
smaltita in terreni destinati alla coltivazione di foraggi per
animali, ma anche di cereali e verdure per l’alimentazione
umana. Gli elementi dispersi nel terreno e assorbiti dalle piante,
attraverso la catena alimentare, potrebbero infine essersi accumulati
nei tessuti adiposi degli uomini e degli animali. Una bella responsabilità 
per chi violenta l’ambiente per soldi. Ma a far fronte a
questa terribile eventualità  i criminali dovevano essersi
probabilmente preparati. Infatti l’ordine di scuderia, in
caso di controlli, era quello di negare ogni cosa. «Guardi
che mais bello e rigoglioso. Con fertilizzanti inquinati non sarebbe
stato possibile farlo crescere così», è quanto
si sono sentiti rispondere i carabinieri da agricoltori che ora
sono sotto inchiesta.

Al termine dei primi controlli, più di
cento quintali di prodotti inquinanti, smaltiti abusivamente,
sono stati rintracciati nelle discariche, ma molti di più
sono scomparsi. I carabinieri del Comando Tutela dell’Ambiente
hanno trovato la documentazione che attesta l’arrivo in Puglia
dei rifiuti provenienti da Toscana, Lazio, Umbria, Liguria, Lombardia,
ma nulla si sa sui i luoghi dove sono stati smaltiti. E a preoccupare
ancor di più c’è il fatto che tutto il sottosuolo
pugliese è pieno di grotte naturali e di anfratti. Se i
rifiuti fossero stati occultati in fondo a qualche grotta, vista
la natura carsica della terra murgiana, sarebbe difficilissimo
rinvenirli e potrebbero anche andare ad intaccare le falde acquifere,
provocando un ulteriore gravissimo danno al ciclo biologico.

Ma c’è un colpo di scena che avvalora
la tesi del traffico criminale inconfessabile. Due mesi dopo il
blitz, una discarica nei pressi di Bari, messa sotto sequestro,
va stranamente in fumo. Proprio come per liberarsi di qualcosa
di ingombrante. Per quarantott’ore ore bruciano rifiuti che
erano stati controllati dagli uomini del Noe e dall’Arma
territoriale. Nel rapporto del Noe sulla discarica di Bari, i
carabinieri avevano raccolto reperti a vari metri di profondità .
Per la maggior parte si trattava di plastica in varie forme, sminuzzata,
in dischi, in forma di buste. Poi pezzi d’auto, ma anche
diversi cumuli di stracci. È bastato scavare qualche metro
per trovare i primi strati di rifiuti abbandonati senza alcun
trattamento. L’ipotesi investigativa è che in quella
discarica si nascondessero le prove di un’altra truffa famosa:
quella dei vestiti donati alle associazioni di volontariato che
diventano presto stracci da smaltire.

Nata con una colonna di fumo acre, questa storia
finisce sugli effluvi di un’altra colonna di fumo nauseabondo
che si alza verso il cielo. A meno che nuovi colpi di scena vengano
ad arricchire una vicenda che già  così fa tremare
i polsi.

Francesco Silvestri