CIBI AVARIATI NELLE SCUOLE? SCOPPIA IL CASO CASCINA





Corriere della Sera, 12 aprile 2003


Bari, nell’ordinanza il gip parla di «mancanza di controlli»

Cibi avariati in scuole e ospedali. Al setaccio appalti in tutta l’Italia



BARI – Lo scandalo delle «mense tossiche» di scuole e ospedali, sul versante delle gare d’appalto vinte con false certificazioni e su quello dei cibi avariati e mai controllati, riguarda decine e decine di casi in tutta Italia. Dalla Procura di Bari, i pm Roberto Rossi e Lorenzo Nicastro stanno trasmettendo gli atti alle procure competenti, a cominciare da quella di Roma, dove il caso più clamoroso sembra essersi consumato all’ospedale Bambin Gesù. Qui, come in tutti gli altri ospedali, scuole, università , caserme, lo schema d’attacco della coop incriminata, «La Cascina» (otto persone arrestate, 31 indagati), era – secondo l’accusa – sempre lo stesso: autocertificazione contributiva falsa, servizio presentato come il migliore per qualità  dei cibi e organizzazione, prezzo più alto rispetto ai concorrenti, «amicizie» dovunque – politici, funzionari di Asl e Comuni, dirigenti scolastici, e pure giornalisti. Per la verità , dagli atti dell’inchiesta emerge con inquietante chiarezza che anche in difesa «La Cascina» (che ribadisce la sua estraneità  alle accuse), giocava sempre con lo stesso schema: praticava la tattica del fuorigioco. «Controlli, zero», argomenta il gip Giuseppe De Benedictis nella sua ordinanza. Ogni volta che c’era il rischio di subirne uno serio, sugli appalti e sui cibi, l’azione si interrompeva. Naturalmente, come accade nel calcio, il fuorigioco non si può praticare da soli. Occorre la collaborazione sincronica di tutto il «reparto difensivo». Nel caso delle mense tossiche, scrive ancora il gip, sembra essere stato sufficiente che chi avrebbe dovuto non si muovesse. Anche quando i bambini finivano al pronto soccorso e i genitori imploravano controlli, analisi, verifiche sulla corrispondenza dei cibi alle prescrizioni dei capitolati d’appalto. Com’è accaduto proprio a Bari, nonostante il sindaco di centrodestra Simeone Di Cagno Abbrescia, che ha sospeso il servizio mensa nelle scuole, abbia sempre detto di non saperne nulla. O come è successo in un grosso comune della provincia, Altamura, dove il sindaco di centrosinistra Rachele Popolizio (anche lei ieri ha sospeso il servizio), non ha assunto alcuna iniziativa anche dopo che 300 genitori le hanno chiesto di far intervenire il «Servizio igiene alimenti e nutrizione» dell’Asl e dopo che Niccolò, un bambino di 6 anni, è finito in ospedale, dice il certificato medico, «subito dopo il pasto consumato alla scuola materna, con un edema generalizzato, orticaria e perdita di coscienza». Non per un’allergia, sottolineano i sanitari, ma «per una reazione a prodotti chimici connessi al pasto». Eppure, come risulta dalle intercettazioni telefoniche, ancora il 18 settembre scorso il sindaco Popolizio, conversando con Emilio Fusco Roussier, uno dei dirigenti della «Cascina» arrestati, si dice contenta del servizio di ristorazione nelle scuole. Mentre il responsabile del Servizio igiene dell’Asl-3 «si mette a posto» con tre verbali di ispezione in altrettante scuole. Ma solo per accertare «la prassi igienico-sanitaria e lo stato dei luoghi», senza mai azzardare – come esplicitamente e per iscritto chiedevano i genitori – un prelievo a campione degli alimenti che rivelasse cosa ci fosse dentro quegli hamburger o quel purea di patate dai colori improbabili e dal sapore incerto. Adesso, sembrano tutti cascare dal pero.

Carlo Vulpio